FENOCCHIO
ERNESTO
1922
Trezzo Tinella
di
SELLI MARIA GIACINTA1894 1972 di NN
E
QUINTO GIOVANNI 1884 1962
di
BONA ANGELA E ANTONIO
Racconto della Prigionia in Russia
https://studio.youtube.com/video/tcloMeNQE8c/edit
Alpino Fenocchio Ernesto Ricordi: Prigionia in Urss
Da
Servitò a conducente muli
Il 21 Gennaio del 1942 fui
chiamato alle armi nel 2° Battaglione Alpini a Borgo San Dalmazzo e il 2 di
Agosto fummo inviati in Russia trasportati su carri bestiame sgangherati.
Viaggiammo 13 giorni e arrivammo a Rossosch sul fiume Donez, rimanemmo cinque o
sei giorni e poi riprendemmo a marciare con i nostri muli, per giungere in
prima linea sul Don. Camminammo fino a Natale. Eravamo nelle “postazioni e dai
“camminamenti”vedevamo i Russi e loro vedevano noi, ogni tanto si sparava ma
niente di che, “jero tuti dèsgrassiò a r’istessa manéra”(eravamo tutti
disgraziati allo stesso modo!) Noi intanto ci costruimmo dei rifugi sotto terra
come quelli che avevamo visto a Topilo. Occorreva scendere 12 o 13 scalini, i
contadini russi ci conservavano le patate perché almeno non gelavano. Con
l’arrivo dell’Inverno ci saremmo riparati dal freddo.
Na
frègg santa
Arrivò l’inverno e il 20
Gennaio fummo presi prigionieri. Era arrivato l’ordine di ritirarsi ma fummo
accerchiati in un territorio di settanta chilometri. Io insieme a Vacca di
Neive e Gallo Pinoto e ad altri di Mango,San Donato, fummo presi a Topilo. Tutto a piedi girammo la Russia fino a Marzo
Aprile. Ogni giorno percorrevamo dai 15 ai 30 chilometri, a seconda delle
strade e mi si congelarono entrambi i piedi, fortunatamente ebbi il terzo grado
solo all’alluce.
Donne
anziane piangevano
Durante queste lunghe marce,
incontravamo delle case con delle donne anziane che piangendo ci venivano a
portare un pezzo di pane, anche se non ne avevano neppure per loro! Anche loro
avevano mariti e figli in guerra e si commuovevano a vederci in quelle
condizioni. Eravamo in tanti e tutti con una grande fame, i più rapidi
prendevano il poco che ci offrivano quelle donne “brave pèi dèr nostré”( buone
come le nostre), ci ricordavano le nostre mamme”cotin longh e folar an
testa”(gonne lunghe e foulard in testa).
Ernesto a ricordare ha dei
momenti di commozione profonda!
Vite
nel gelo
Non si può raccontare cosa
abbiamo passato e non so come ho superato tutte quelle difficoltà! Si andava,
procedendo nel gelo con solo freddo e ghiaccio e neve. Nè da militare né da
prigioniero non ebbi mai la fortuna di salire su un carro o una slitta o un
camion, feci tutta la Russia a piedi!
Campo
di prigionia: tre lunghi anni!.
Ci condussero in un campo
negli Urali, ricordo la parola che iniziai sentire nel tragitto e continuai
udire dai guardiani: Davai(avanti) e “Davai bistro”(avanti lavora) quando ti
fermavi…., (Ernesto,come molti altri che
tornarono, non seppe e non ricorda il nome del paese dove’era ubicato il campo,
poteva essere il Lager 160, oppure a Tambov, Krinovaja, Elabuga,ecc. , erano
tutti luoghi dove su 2800 prigionieri si salvarono in 200)e i primi tempi ci
lasciarono ammassati senza mangiare né bere, poi ci inquadrarono e ci davano
due volte al giorno, ma non tutti i giorni, della brodaglia e un pezzo di pane.
Certo di fame ne facemmo tanta. Vidi morire molti uomini di freddo, di fame e
di malattie. Ci facevano lavorare nei Kolkoz soprattutto a fare legna perché a
loro serviva per riscaldare. Una guardia ci disse che il termometro segnava
-36°. In quelle condizioni molti non ce la facevano! Abbiamo mangiato radici,
roba marcia e tutto quello che poteva calmare un po’ la fame.
Son
gavamra!
Mi ammalai diverse volte e fui
ricoverato nei loro ospedali dove non avevano nulla, e tuttavia sono riuscito,
facendo leva sulla umanità di quelle “Sestrj” (sorelle infermiere), a farmi
aiutare e a sopravvivere. Occorre dire che anche tra loro c’erano persone rudi
ma ne ho trovate di compassionevoli e buone. Posso senz’altro affermare che la
gente Russa fu buona con noi, certo vivevano anche loro delle difficoltà
enormi. Ho sentito dire molti “nieto” quando avevo febbre alta ma ho anche
ricevuto quel po’ di assistenza umana e affettiva che nei tre anni di prigionia
mi ha permesso di sopravvivere a tante sofferenze. Venni che pesavo 36 chili e
non credevo di riuscire a riprendermi. Sicuramente “Nosgnor”(Nostro Signore) mi
diede una mano e ha voluto che arrivassi
fin qui!
Noi
campagnin !
Sono convinto che l’essere
stato lavoratore di campagna contribuì a farmi superare le grandi difficoltà
che incontrai. Sopportavo fatiche a cui molti cedevano e mi adattavo a mangiare
erbe, radici e cosa sapevo potesse aiutarmi. Certo ho visto molti andare fuori
di testa sia per il freddo sia per la fame, e vidi fare cose che non si possono
raccontare! Ma che distruggevano nel morale e nella salute. Molti che
provenivano dalla città furono i primi a crollare, soprattutto perché non
riuscivano ad adeguarsi al genere di vita che bisognava condurre.
Ra
malinconia a travaja(La malinconia lavora)
Un Capitano, tal Magnani era
un omone di un metro e novanta e in prigionia divenne scheletrico, rammento di
uno di Alba che di
“Stranom”(soprannome) chiamavamo “Manaccia” e
dei gemelli Massa sempre di Alba e di tanti altri coi quali ci trovammo quando
tornammo. Purtroppo ne vidi tantissimi morire di stenti. Seppi comunque che
quelli che furono inviati in Siberia videro le “Masche” ancora peggio di noi!
Bisognava convivere con 5800 persone che per salvare la pelle erano pronti a
tutto. C’era chi diventava cattivo, chi per un pezzo di pane era pronto a
tutto,ma ho trovato anche gente che non perse mai l’umanità. Certo mi pentii di
aver rubato del pane a un compagno, ma eravamo in situazioni impossibili da
spiegare. Vidi graduati che da prepotenti diventarono timorosi e personaggi che
avrebbero potuto essere dei violenti si dimostrarono sensibili e patirono ogni
sorta di sopraffazione. Vi fu un Friulano, Martini o Venturini che con un
fisico possente, un metro e novanta, avrebbe potuto essere uno che comandava e
invece patì le pene come noi più deboli. Purtroppo la malinconia per la
lontananza dalla famiglia, le situazioni che si vivevano e la tristezza per non
vedere soluzioni alla prigionia abbattevano anche gli animi più forti.
Verso
casa!
A novembre, quei Russi che ci
raccontavano di cosa succedeva in Italia cominciarono bisbigliare che ci
avrebbero mandati a casa. Subito non ci credevamo e pensavamo fosse una trovata
per risollevarci il morale e farci lavorare con più voglia, poi la possibilità
divenne realtà. Ci misero a disposizione del vestiario dei morti e così chi
riuscì recuperò una giacca tedesca o russa o qualcosa per ripararsi da quel
freddo incredibile e ci caricarono sopra dei treni che attraversarono la
Polonia e la Germania ci condussero fino a Bolzano e poi a Trento dove ci
tennero un po’ di giorni per rimetterci minimamente in sesto, poiché eravamo
veramente malconci. Ridotti a pelle e ossa,tra barba capelli e unghie lunghe
eravamo irriconoscibili e impresentabili.
Un
ritorno tra le macerie
Dai finestrini del treno
vedevamo solo case diroccate e i segni dei bombardamenti, campagne incolte e
alle stazioni gente che chiedeva notizie di famigliari. Anche quel viaggio fu
atroce, poiché avevamo visto tante persone morire e ancora ne morivano e si
soffriva sia per la salute che per il morale. Al Brennero continuammo a
realizzare cosa ci avevano raccontato e cominciammo a chiederci cosa avremmo
trovato nei nostri paesi.
In
treno fino a Neive
Arrivai a Neive e passai da
mio cugino Vincenzo che lavorava da panettiere con Vigio nel Panificio di
Revello Lucio figlio di Maireta Fenocchio. Vincenzo partì in bicicletta e andò
ad avvisare i miei, intanto Ezio Chiari andò a prendere il cavallo e il calesse
e volle portarmi a Trezzo Tinella.
Si
rovesciò il calesse
Così, parlando, quando fummo
dal Pilon dèr Morinèt, con una ruota salimmo su di un pietrone che fece
rovesciare “ra doma” e io volai letteralmente nel campo sottostante rischiando
di spaccarmi la testa. Andò bene anche quella volta!
Incontrai
mia madre !
A Trezzo, molti mi davano per
morto poiché uno che era ritornato dalla Russia dopo la ritirata sparse la voce
che mi aveva visto morto. Molti, compresa mia madre non ci aveva creduto e
quando seppe che ero a Neive, mi venne incontro e la vidi dal falegname
Scavino. Fu un’emozione fortissima ma piacevole che non scorderò mai più.
La
vita riprese
Grazie ad un amico fui assunto
in Ferrovia e andai a Torino ma tornavo ogni settimana e la mia cugina Maria,
sorella di Onorina e Felice Fenocchio, mi fece conoscere quella che sarebbe
diventata mia moglie. Quando raggiunsi la pensione tornammo a Benevello e sono
ancora qui a raccontare di quella parentesi di vita che segnò la mia esistenza.
Sono ricordi terribili che non è facile riportare ma che ritengo debbano essere
conosciuti affinchè nessuno pensi che “son stà dèr bale” (che sono state
frottole).











