mercoledì 4 ottobre 2023

 

FENOCCHIO ERNESTO

1922 Trezzo Tinella

di SELLI MARIA GIACINTA1894 1972 di NN

E QUINTO GIOVANNI 1884 1962

di BONA ANGELA E ANTONIO

 Racconto della Prigionia in Russia

https://studio.youtube.com/video/tcloMeNQE8c/edit

Alpino Fenocchio Ernesto Ricordi: Prigionia in Urss


                            




Ernesto frequentò fino alla quarta elementare e ripetè l’anno poiché la quinta a Trezzo Tinella non c’era ancora. Dopo la scuola andò da servitore e vi rimase finchè non partì soldato, cioè a vent’anni.

Da Servitò a conducente muli

Il 21 Gennaio del 1942 fui chiamato alle armi nel 2° Battaglione Alpini a Borgo San Dalmazzo e il 2 di Agosto fummo inviati in Russia trasportati su carri bestiame sgangherati. Viaggiammo 13 giorni e arrivammo a Rossosch sul fiume Donez, rimanemmo cinque o sei giorni e poi riprendemmo a marciare con i nostri muli, per giungere in prima linea sul Don. Camminammo fino a Natale. Eravamo nelle “postazioni e dai “camminamenti”vedevamo i Russi e loro vedevano noi, ogni tanto si sparava ma niente di che, “jero tuti dèsgrassiò a r’istessa manéra”(eravamo tutti disgraziati allo stesso modo!) Noi intanto ci costruimmo dei rifugi sotto terra come quelli che avevamo visto a Topilo. Occorreva scendere 12 o 13 scalini, i contadini russi ci conservavano le patate perché almeno non gelavano. Con l’arrivo dell’Inverno ci saremmo riparati dal freddo.  

Na frègg santa  

Arrivò l’inverno e il 20 Gennaio fummo presi prigionieri. Era arrivato l’ordine di ritirarsi ma fummo accerchiati in un territorio di settanta chilometri. Io insieme a Vacca di Neive e Gallo Pinoto e ad altri di Mango,San Donato, fummo presi a Topilo.  Tutto a piedi girammo la Russia fino a Marzo Aprile. Ogni giorno percorrevamo dai 15 ai 30 chilometri, a seconda delle strade e mi si congelarono entrambi i piedi, fortunatamente ebbi il terzo grado solo all’alluce.

 

Donne anziane piangevano

Durante queste lunghe marce, incontravamo delle case con delle donne anziane che piangendo ci venivano a portare un pezzo di pane, anche se non ne avevano neppure per loro! Anche loro avevano mariti e figli in guerra e si commuovevano a vederci in quelle condizioni. Eravamo in tanti e tutti con una grande fame, i più rapidi prendevano il poco che ci offrivano quelle donne “brave pèi dèr nostré”( buone come le nostre), ci ricordavano le nostre mamme”cotin longh e folar an testa”(gonne lunghe e foulard in testa).

Ernesto a ricordare ha dei momenti di commozione profonda!

Vite nel gelo

Non si può raccontare cosa abbiamo passato e non so come ho superato tutte quelle difficoltà! Si andava, procedendo nel gelo con solo freddo e ghiaccio e neve. Nè da militare né da prigioniero non ebbi mai la fortuna di salire su un carro o una slitta o un camion, feci tutta la Russia a piedi!

Campo di prigionia: tre lunghi anni!.

Ci condussero in un campo negli Urali, ricordo la parola che iniziai sentire nel tragitto e continuai udire dai guardiani: Davai(avanti) e “Davai bistro”(avanti lavora) quando ti fermavi….,  (Ernesto,come molti altri che tornarono, non seppe e non ricorda il nome del paese dove’era ubicato il campo, poteva essere il Lager 160, oppure a Tambov, Krinovaja, Elabuga,ecc. , erano tutti luoghi dove su 2800 prigionieri si salvarono in 200)e i primi tempi ci lasciarono ammassati senza mangiare né bere, poi ci inquadrarono e ci davano due volte al giorno, ma non tutti i giorni, della brodaglia e un pezzo di pane. Certo di fame ne facemmo tanta. Vidi morire molti uomini di freddo, di fame e di malattie. Ci facevano lavorare nei Kolkoz soprattutto a fare legna perché a loro serviva per riscaldare. Una guardia ci disse che il termometro segnava -36°. In quelle condizioni molti non ce la facevano! Abbiamo mangiato radici, roba marcia e tutto quello che poteva calmare un po’ la fame.

Son gavamra!

Mi ammalai diverse volte e fui ricoverato nei loro ospedali dove non avevano nulla, e tuttavia sono riuscito, facendo leva sulla umanità di quelle “Sestrj” (sorelle infermiere), a farmi aiutare e a sopravvivere. Occorre dire che anche tra loro c’erano persone rudi ma ne ho trovate di compassionevoli e buone. Posso senz’altro affermare che la gente Russa fu buona con noi, certo vivevano anche loro delle difficoltà enormi. Ho sentito dire molti “nieto” quando avevo febbre alta ma ho anche ricevuto quel po’ di assistenza umana e affettiva che nei tre anni di prigionia mi ha permesso di sopravvivere a tante sofferenze. Venni che pesavo 36 chili e non credevo di riuscire a riprendermi. Sicuramente “Nosgnor”(Nostro Signore) mi diede una mano e  ha voluto che arrivassi fin qui!

Noi campagnin !

Sono convinto che l’essere stato lavoratore di campagna contribuì a farmi superare le grandi difficoltà che incontrai. Sopportavo fatiche a cui molti cedevano e mi adattavo a mangiare erbe, radici e cosa sapevo potesse aiutarmi. Certo ho visto molti andare fuori di testa sia per il freddo sia per la fame, e vidi fare cose che non si possono raccontare! Ma che distruggevano nel morale e nella salute. Molti che provenivano dalla città furono i primi a crollare, soprattutto perché non riuscivano ad adeguarsi al genere di vita che bisognava condurre.

Ra malinconia a travaja(La malinconia lavora)

Un Capitano, tal Magnani era un omone di un metro e novanta e in prigionia divenne scheletrico, rammento di uno di Alba che di

 “Stranom”(soprannome) chiamavamo “Manaccia” e dei gemelli Massa sempre di Alba e di tanti altri coi quali ci trovammo quando tornammo. Purtroppo ne vidi tantissimi morire di stenti. Seppi comunque che quelli che furono inviati in Siberia videro le “Masche” ancora peggio di noi! Bisognava convivere con 5800 persone che per salvare la pelle erano pronti a tutto. C’era chi diventava cattivo, chi per un pezzo di pane era pronto a tutto,ma ho trovato anche gente che non perse mai l’umanità. Certo mi pentii di aver rubato del pane a un compagno, ma eravamo in situazioni impossibili da spiegare. Vidi graduati che da prepotenti diventarono timorosi e personaggi che avrebbero potuto essere dei violenti si dimostrarono sensibili e patirono ogni sorta di sopraffazione. Vi fu un Friulano, Martini o Venturini che con un fisico possente, un metro e novanta, avrebbe potuto essere uno che comandava e invece patì le pene come noi più deboli. Purtroppo la malinconia per la lontananza dalla famiglia, le situazioni che si vivevano e la tristezza per non vedere soluzioni alla prigionia abbattevano anche gli animi più forti.

 

Verso casa!

A novembre, quei Russi che ci raccontavano di cosa succedeva in Italia cominciarono bisbigliare che ci avrebbero mandati a casa. Subito non ci credevamo e pensavamo fosse una trovata per risollevarci il morale e farci lavorare con più voglia, poi la possibilità divenne realtà. Ci misero a disposizione del vestiario dei morti e così chi riuscì recuperò una giacca tedesca o russa o qualcosa per ripararsi da quel freddo incredibile e ci caricarono sopra dei treni che attraversarono la Polonia e la Germania ci condussero fino a Bolzano e poi a Trento dove ci tennero un po’ di giorni per rimetterci minimamente in sesto, poiché eravamo veramente malconci. Ridotti a pelle e ossa,tra barba capelli e unghie lunghe eravamo irriconoscibili e impresentabili.

Un ritorno tra le macerie

Dai finestrini del treno vedevamo solo case diroccate e i segni dei bombardamenti, campagne incolte e alle stazioni gente che chiedeva notizie di famigliari. Anche quel viaggio fu atroce, poiché avevamo visto tante persone morire e ancora ne morivano e si soffriva sia per la salute che per il morale. Al Brennero continuammo a realizzare cosa ci avevano raccontato e cominciammo a chiederci cosa avremmo trovato nei nostri paesi.

 

In treno fino a Neive

Arrivai a Neive e passai da mio cugino Vincenzo che lavorava da panettiere con Vigio nel Panificio di Revello Lucio figlio di Maireta Fenocchio. Vincenzo partì in bicicletta e andò ad avvisare i miei, intanto Ezio Chiari andò a prendere il cavallo e il calesse e volle portarmi a Trezzo Tinella.

Si rovesciò il calesse

Così, parlando, quando fummo dal Pilon dèr Morinèt, con una ruota salimmo su di un pietrone che fece rovesciare “ra doma” e io volai letteralmente nel campo sottostante rischiando di spaccarmi la testa. Andò bene anche quella volta!

Incontrai mia madre !

A Trezzo, molti mi davano per morto poiché uno che era ritornato dalla Russia dopo la ritirata sparse la voce che mi aveva visto morto. Molti, compresa mia madre non ci aveva creduto e quando seppe che ero a Neive, mi venne incontro e la vidi dal falegname Scavino. Fu un’emozione fortissima ma piacevole che non scorderò mai più.

La vita riprese

Grazie ad un amico fui assunto in Ferrovia e andai a Torino ma tornavo ogni settimana e la mia cugina Maria, sorella di Onorina e Felice Fenocchio, mi fece conoscere quella che sarebbe diventata mia moglie. Quando raggiunsi la pensione tornammo a Benevello e sono ancora qui a raccontare di quella parentesi di vita che segnò la mia esistenza. Sono ricordi terribili che non è facile riportare ma che ritengo debbano essere conosciuti affinchè nessuno pensi che “son stà dèr bale” (che sono state frottole).

 

 

BOSIO CESARE ARGUELLO 1914

MARRONE GIUSEPPE LEQUIO BERRIA 1915

 

         https://youtu.be/odRyDm5bLqI

 











Cesare Bosio e Giuseppe Marrone



Cesare Bosio di Basso Natalina e di Costantino Filippo  fu arruolato negli Alpini  e iniziò con la guerra di Francia combattendo al Colle della Lombarda e al Colle della Maddalena.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale le forze armate italiane si trovavano completamente impreparate ad affrontare un conflitto di lunga durata, conseguentemente dopo l'invasione della Polonia da parte della Germania, l'Italia aveva comunicato al mondo il proprio stato di non belligeranza. Ma nel giugno del 1940, con la prospettiva ormai certa della capitolazione della Francia e l'idea che la guerra non potesse durare ancora a lungo, Mussolini aveva deciso di entrare nel conflitto.

L'obiettivo era la riconquista delle province di Nizza e della Savoia, cedute da Cavour a Napoleone III a seguito del trattato sardo francese e degli Accordi di Plombières del 1858 in cambio dell'aiuto francese nella guerra antiaustriaca, e la Corsica che facevano parte delle ambizioni irredentiste. 

Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59 ufficiali e 572 soldati), 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati. I francesi catturarono 1.141 prigionieri che restituirono immediatamente dopo l’armistizio di villa Incisa. I francesi ebbero 40 morti, 84 feriti e 150 dispersi.

Cesare ricordava che in Valle Stura per andare alla conquista del Colle delle Traversette furono obiettivo dei francesi che sparavano dai fortini e furono costretti a passare sopra i compagni  morti.

 Si sobbarcò sette anni e sette mesi di naja. Lui, del 1914, era il secondo di 5 fratelli e tre sorelle. Si fece la breve Guerra di Francia, poi lo inviarono in Africa, quindi in Grecia e in Albania, infine raggiunse la Russia. Tornò con tre dita della mano sinistra congelate. Gli fu tagliata una falange poiché in cancrena ma nonostante tutto non fu considerato invalido in quanto ancora abile per sparare con la mano destra!

Cesare in Africa

In Africa partecipò alla tanto decantata presa di Macallé! Diceva sempre< smiava chissà cosa e o jera in vilage ansuma a na colinetta èd sabia>(Sembrava fosse una conquista importante, invece si trattava di un villaggio su di una collinetta di sabbia!)

  








De Bono, spinto da Mussolini, riprese l'operazione di conquista di Macallè.


Non trovando resistenza la “città” venne occupata l'8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiorò perché dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali  giunsero a contatto con gli avamposti nemici.

Testimonianze
Hailé Salassié dinanzi all'assemblea ginevrina il 30 giugno 1936:

 "fu all'epoca dell’ accerchiamento di Macallè che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Furono istallati dei diffusori a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra."

 







Il figlio Angelo, dice che il padre, insieme a molte fotografie dell’Africa, si portò anche come ricordo la Malaria. Questa però non lo esonerò dalla partenza per la Grecia e l’Albania. Furono Campagne di guerra che con l’aiuto del Signore superò e addirittura gli permisero la terribile esperienza della Campagna di Russia e annessa Ritirata.

Cesare raccontava di questa terribile esperienza e si emozionava, ma si vedeva che la forza per tornare gliela aveva fornita il buon Dio. Ripeteva spesso:

< ringrassianda nossgnor! Mi è son gavamra>(ringraziando il Signore io me la sono cavata!) . E raccontava del grande gelo e del vestiario inadatto a quelle temperature, del poco cibo e della bontà dei contadini russi. Avevano poco o nulla per loro ma ai soldati italiani offrivano sempre qualcosa, o qualche patata o qualche rapa o qualche pezzetto di lardo gelato che fungeva da energetico e permetteva di combattere la fatica e il freddo. A volte le isbe erano occupate dai tedeschi che  non permettevano a nessun altro di entrare e allora Cesare e compagni si accontentavano delle bucce di patate o delle rape marce che le donne russe di nascosto gettavano fuori.

Cesare non poteva dimenticare tutti quei morti e le atrocità viste e superate solo per caso. Partecipò a battaglie dove per evitare il fuoco dei carri armati russi si era ingegnato di passare sotto le bocche da fuoco.  Nell’effettuare questo pauroso “gioco” molti compagni venivano travolti dai carri e schiacciati, ma era l’ultima carta per la sopravvivenza . Cesare, magro e affamato con negli occhi le urla dei compagni e quei cumuli di neve che nascondevano corpi di giovani vite stroncate dalla guerra, riuscì ad effettuare la Ritirata e a tornare ad Arguello in Aure a lavorare la terra. Si sposò e generò due figli sono stati Artiglieri Alpini e hanno ereditato dal padre la semplicità e l’attaccamento alle tradizioni della campagna. Angelo e GianPaolo raccontano ai figli e nipoti le peripezie che dovette superare il nonno Cesare e alla domanda:< ma come riuscì?> rispondono:< eh! Ringrassianda Nossgnor o rè gavassra!> (ringraziando il Signore è sopravvissuto!)

 Angelo e la sorella Dilia mi raccontarono che Cesare dovette rimanere più a lungo in Ospedale perché fu colpito da infarto proprio quando doveva essere dimesso. Fortunatamente essendo ancora ricoverato fu salvato.

 

 

 

 

 

MARRONE GIUSEPPE 1915 LEQUIO BERRIA

 Giuseppe con l’amico Cesare Bosio di Aure di Arguello

Sergio Marrone figlio di Giuseppe, Alpino  Reduce di Francia, Albania(a recuperare i cadaveri dei compagni) Grecia, Africa e Russia per sette lunghi anni con Bosio Cesare padre di Angelo e GianPaolo, mi ha permesso di recuperare una testimonianza che possiede una rilevanza notevole sia perché è raccontata da un figlio molto attento ai racconti del padre quando scambiava ricordi con l’amico Cesare, sia perché ha saputo memorizzare fatti che i due Alpini si rivelavano tra loro, ma che in età avanzata avevano quasi perso.

Cesare abitava nella frazione Aure di Arguello, ma per le vijà (veglie), accompagnato da moglie e figli si recava dall’amico Giuseppe alla Cascina “Fojach” per mangiare due castagne e bere un bicchiere di vino raccontandosi ricordi della loro lunga vita militare. Le donne rammendavano o filavano o sferruzzavano, e i figli dopo avere giocato un po’ a carte, incuriositi dal parlottare dei padri avvicinavano i balòt sui quali sedevano e ascoltavano facendo domande. Raramente ottenevano risposta, ma almeno sollecitavano i due Alpini a continuare i ricordi.

Durante il ripiegamento dal Don i due Alpini di Lequio Berria  procedettero con il resto della Colonna per un po’ di giorni poi si confidarono e decisero di staccarsi e di andare in un'altra direzione, convinti che il grosso della colonna stesse dirigendosi verso il nemico. La considerazione si rivelò esatta poiché chi seguì la grande colonna finì nella Sacca e fu preso prigioniero o peggio ucciso. Girovagarono per circa un mese in condizioni terribili per quel territorio che è l’attuale Ucraina. Durante il procedere, con temperatura di-30°  e senza nulla di cui nutrirsi né abbeverarsi se non neve, trovarono una pagnotta di pane, forse persa da qualche slitta anche in ripiegamento. Cesare estrasse il coltello e cercò di tagliare quel pane congelato, gli sfuggì la lama e si procurò un taglio ad un dito. Non avendo medicazioni e con il gelo il dito si necrotizzò e andò in cancrena, ma “Cegio”, così era chiamato in famiglia, aveva una tempra eccezionale, pur con la febbre tenne duro. Con l’amico Giuseppe continuarono la loro marcia nella neve e nel gelo. Un giorno videro del fumo uscire da un comignolo e cautamente si avvicinarono, temevano vi fossero dei russi. Dopo aver controllato compresero che non vi erano pericoli, l’isba era abitata da una donna con due figlie. Le tre donne subito furono spaventate, poi vedendo che i due militari non avevano armi né cattive intenzioni e tranquillizzate dalle medagliette che Giuseppe donò, erano le medagliette della Madonna che il Cappellano aveva distribuito loro, li fecero entrare e attivarono il fuoco della stufa con piante secche di meliga. Ricevettero qualcosa da mangiare  e sostarono la notte, quindi al mattino ripartirono procedendo senza alcun riferimento,  avevano un’unica avvertenza, cercavano di evitare la direzione da dove giungevano gli spari.   Marciarono per tre mesi in condizioni difficilissime senza potersi lavare né rasare, finché giunsero alla stazione ferroviaria di Gomel dove trovarono ancora dei presìdi italiani e furono rimpatriati, condotti in Ospedale a Rimini rimasero una quarantina di giorni. Giuseppe avendo subito un congelamento a una falange venne amputato della stessa, invece Cesare fu curato per la ferita alla mano.