BOSIO CESARE ARGUELLO 1914
MARRONE GIUSEPPE LEQUIO BERRIA 1915
Allo
scoppio della II Guerra Mondiale le forze armate italiane si
trovavano completamente impreparate ad affrontare un conflitto di lunga durata,
conseguentemente dopo l'invasione della Polonia da
parte della Germania,
l'Italia aveva comunicato al mondo il proprio stato di non belligeranza. Ma nel
giugno del 1940, con la prospettiva ormai certa della capitolazione della
Francia e l'idea che la guerra non potesse durare ancora a lungo, Mussolini aveva
deciso di entrare nel conflitto.
L'obiettivo
era la riconquista delle province di Nizza e
della Savoia,
cedute da Cavour a Napoleone III a seguito del trattato sardo francese e
degli Accordi di Plombières del 1858 in
cambio dell'aiuto francese nella guerra antiaustriaca, e
la Corsica che
facevano parte delle ambizioni irredentiste.
Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59
ufficiali e 572 soldati), 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati. I francesi catturarono 1.141
prigionieri che restituirono immediatamente dopo l’armistizio di villa Incisa. I francesi ebbero 40 morti, 84 feriti e 150 dispersi.
Cesare ricordava che in Valle Stura per andare alla
conquista del Colle delle Traversette furono obiettivo dei francesi che
sparavano dai fortini e furono costretti a passare sopra i compagni morti.
Si sobbarcò sette anni e sette mesi di naja. Lui, del 1914, era il secondo di 5 fratelli e tre sorelle. Si fece la breve Guerra di Francia, poi lo inviarono in Africa, quindi in Grecia e in Albania, infine raggiunse la Russia. Tornò con tre dita della mano sinistra congelate. Gli fu tagliata una falange poiché in cancrena ma nonostante tutto non fu considerato invalido in quanto ancora abile per sparare con la mano destra!
Cesare in Africa
In Africa partecipò alla tanto
decantata presa di Macallé! Diceva sempre< smiava chissà cosa e o jera in
vilage ansuma a na colinetta èd sabia>(Sembrava fosse una conquista
importante, invece si trattava di un villaggio su di una collinetta di sabbia!)
De
Bono, spinto da Mussolini, riprese l'operazione di conquista di Macallè.
Non trovando resistenza la “città” venne
occupata l'8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiorò perché
dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali giunsero a contatto con gli avamposti nemici.
Testimonianze
Hailé
Salassié dinanzi all'assemblea ginevrina il 30 giugno 1936:
"fu all'epoca dell’ accerchiamento di Macallè
che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho
il dovere di denunciare al mondo. Furono istallati dei diffusori a bordo degli
aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile
pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si
succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre
continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le
donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo
spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri
viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano
fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra."
Il figlio Angelo, dice che il padre, insieme a molte fotografie dell’Africa, si portò anche come ricordo la Malaria. Questa però non lo esonerò dalla partenza per la Grecia e l’Albania. Furono Campagne di guerra che con l’aiuto del Signore superò e addirittura gli permisero la terribile esperienza della Campagna di Russia e annessa Ritirata.
Cesare
raccontava di questa terribile esperienza e si emozionava, ma si vedeva che la
forza per tornare gliela aveva fornita il buon Dio. Ripeteva spesso:
<
ringrassianda nossgnor! Mi è son gavamra>(ringraziando il Signore io me la
sono cavata!) . E raccontava del grande gelo e del vestiario inadatto a quelle
temperature, del poco cibo e della bontà dei contadini russi. Avevano poco o
nulla per loro ma ai soldati italiani offrivano sempre qualcosa, o qualche
patata o qualche rapa o qualche pezzetto di lardo gelato che fungeva da
energetico e permetteva di combattere la fatica e il freddo. A volte le isbe
erano occupate dai tedeschi che non
permettevano a nessun altro di entrare e allora Cesare e compagni si
accontentavano delle bucce di patate o delle rape marce che le donne russe di
nascosto gettavano fuori.
Cesare
non poteva dimenticare tutti quei morti e le atrocità viste e superate solo per
caso. Partecipò a battaglie dove per evitare il fuoco dei carri armati russi si
era ingegnato di passare sotto le bocche da fuoco. Nell’effettuare questo pauroso “gioco” molti
compagni venivano travolti dai carri e schiacciati, ma era l’ultima carta per
la sopravvivenza . Cesare, magro e affamato con negli occhi le urla dei
compagni e quei cumuli di neve che nascondevano corpi di giovani vite stroncate
dalla guerra, riuscì ad effettuare la Ritirata e a tornare ad Arguello in Aure
a lavorare la terra. Si sposò e generò due figli sono stati Artiglieri Alpini e
hanno ereditato dal padre la semplicità e l’attaccamento alle tradizioni della
campagna. Angelo e GianPaolo raccontano ai figli e nipoti le peripezie che
dovette superare il nonno Cesare e alla domanda:< ma come riuscì?>
rispondono:< eh! Ringrassianda Nossgnor o rè gavassra!> (ringraziando il
Signore è sopravvissuto!)
Angelo e la sorella Dilia mi raccontarono che Cesare dovette rimanere più a lungo in Ospedale perché fu colpito da infarto proprio quando doveva essere dimesso. Fortunatamente essendo ancora ricoverato fu salvato.
MARRONE GIUSEPPE 1915 LEQUIO
BERRIA
Giuseppe con l’amico Cesare Bosio di Aure di
Arguello
Sergio Marrone figlio di
Giuseppe, Alpino Reduce di Francia,
Albania(a recuperare i cadaveri dei compagni) Grecia, Africa e Russia per sette
lunghi anni con Bosio Cesare padre di Angelo e GianPaolo, mi ha permesso di
recuperare una testimonianza che possiede una rilevanza notevole sia perché è
raccontata da un figlio molto attento ai racconti del padre quando scambiava
ricordi con l’amico Cesare, sia perché ha saputo memorizzare fatti che i due
Alpini si rivelavano tra loro, ma che in età avanzata avevano quasi perso.
Cesare abitava nella frazione
Aure di Arguello, ma per le vijà (veglie), accompagnato da moglie e figli si
recava dall’amico Giuseppe alla Cascina “Fojach” per mangiare due castagne e
bere un bicchiere di vino raccontandosi ricordi della loro lunga vita militare.
Le donne rammendavano o filavano o sferruzzavano, e i figli dopo avere giocato
un po’ a carte, incuriositi dal parlottare dei padri avvicinavano i balòt sui
quali sedevano e ascoltavano facendo domande. Raramente ottenevano risposta, ma
almeno sollecitavano i due Alpini a continuare i ricordi.
Durante il ripiegamento dal
Don i due Alpini di Lequio Berria
procedettero con il resto della Colonna per un po’ di giorni poi si
confidarono e decisero di staccarsi e di andare in un'altra direzione, convinti
che il grosso della colonna stesse dirigendosi verso il nemico. La
considerazione si rivelò esatta poiché chi seguì la grande colonna finì nella
Sacca e fu preso prigioniero o peggio ucciso. Girovagarono per circa un mese in
condizioni terribili per quel territorio che è l’attuale Ucraina. Durante il
procedere, con temperatura di-30° e
senza nulla di cui nutrirsi né abbeverarsi se non neve, trovarono una pagnotta
di pane, forse persa da qualche slitta anche in ripiegamento. Cesare estrasse il
coltello e cercò di tagliare quel pane congelato, gli sfuggì la lama e si
procurò un taglio ad un dito. Non avendo medicazioni e con il gelo il dito si
necrotizzò e andò in cancrena, ma “Cegio”, così era chiamato in famiglia, aveva
una tempra eccezionale, pur con la febbre tenne duro. Con l’amico Giuseppe
continuarono la loro marcia nella neve e nel gelo. Un giorno videro del fumo
uscire da un comignolo e cautamente si avvicinarono, temevano vi fossero dei
russi. Dopo aver controllato compresero che non vi erano pericoli, l’isba era
abitata da una donna con due figlie. Le tre donne subito furono spaventate, poi
vedendo che i due militari non avevano armi né cattive intenzioni e
tranquillizzate dalle medagliette che Giuseppe donò, erano le medagliette della
Madonna che il Cappellano aveva distribuito loro, li fecero entrare e
attivarono il fuoco della stufa con piante secche di meliga. Ricevettero
qualcosa da mangiare e sostarono la
notte, quindi al mattino ripartirono procedendo senza alcun riferimento, avevano un’unica avvertenza, cercavano di
evitare la direzione da dove giungevano gli spari. Marciarono per tre mesi in condizioni
difficilissime senza potersi lavare né rasare, finché giunsero alla stazione
ferroviaria di Gomel dove trovarono ancora dei presìdi italiani e furono
rimpatriati, condotti in Ospedale a Rimini rimasero una quarantina di giorni.
Giuseppe avendo subito un congelamento a una falange venne amputato della
stessa, invece Cesare fu curato per la ferita alla mano.








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