mercoledì 4 ottobre 2023

 

BOSIO CESARE ARGUELLO 1914

MARRONE GIUSEPPE LEQUIO BERRIA 1915

 

         https://youtu.be/odRyDm5bLqI

 











Cesare Bosio e Giuseppe Marrone



Cesare Bosio di Basso Natalina e di Costantino Filippo  fu arruolato negli Alpini  e iniziò con la guerra di Francia combattendo al Colle della Lombarda e al Colle della Maddalena.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale le forze armate italiane si trovavano completamente impreparate ad affrontare un conflitto di lunga durata, conseguentemente dopo l'invasione della Polonia da parte della Germania, l'Italia aveva comunicato al mondo il proprio stato di non belligeranza. Ma nel giugno del 1940, con la prospettiva ormai certa della capitolazione della Francia e l'idea che la guerra non potesse durare ancora a lungo, Mussolini aveva deciso di entrare nel conflitto.

L'obiettivo era la riconquista delle province di Nizza e della Savoia, cedute da Cavour a Napoleone III a seguito del trattato sardo francese e degli Accordi di Plombières del 1858 in cambio dell'aiuto francese nella guerra antiaustriaca, e la Corsica che facevano parte delle ambizioni irredentiste. 

Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59 ufficiali e 572 soldati), 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati. I francesi catturarono 1.141 prigionieri che restituirono immediatamente dopo l’armistizio di villa Incisa. I francesi ebbero 40 morti, 84 feriti e 150 dispersi.

Cesare ricordava che in Valle Stura per andare alla conquista del Colle delle Traversette furono obiettivo dei francesi che sparavano dai fortini e furono costretti a passare sopra i compagni  morti.

 Si sobbarcò sette anni e sette mesi di naja. Lui, del 1914, era il secondo di 5 fratelli e tre sorelle. Si fece la breve Guerra di Francia, poi lo inviarono in Africa, quindi in Grecia e in Albania, infine raggiunse la Russia. Tornò con tre dita della mano sinistra congelate. Gli fu tagliata una falange poiché in cancrena ma nonostante tutto non fu considerato invalido in quanto ancora abile per sparare con la mano destra!

Cesare in Africa

In Africa partecipò alla tanto decantata presa di Macallé! Diceva sempre< smiava chissà cosa e o jera in vilage ansuma a na colinetta èd sabia>(Sembrava fosse una conquista importante, invece si trattava di un villaggio su di una collinetta di sabbia!)

  








De Bono, spinto da Mussolini, riprese l'operazione di conquista di Macallè.


Non trovando resistenza la “città” venne occupata l'8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiorò perché dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali  giunsero a contatto con gli avamposti nemici.

Testimonianze
Hailé Salassié dinanzi all'assemblea ginevrina il 30 giugno 1936:

 "fu all'epoca dell’ accerchiamento di Macallè che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Furono istallati dei diffusori a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra."

 







Il figlio Angelo, dice che il padre, insieme a molte fotografie dell’Africa, si portò anche come ricordo la Malaria. Questa però non lo esonerò dalla partenza per la Grecia e l’Albania. Furono Campagne di guerra che con l’aiuto del Signore superò e addirittura gli permisero la terribile esperienza della Campagna di Russia e annessa Ritirata.

Cesare raccontava di questa terribile esperienza e si emozionava, ma si vedeva che la forza per tornare gliela aveva fornita il buon Dio. Ripeteva spesso:

< ringrassianda nossgnor! Mi è son gavamra>(ringraziando il Signore io me la sono cavata!) . E raccontava del grande gelo e del vestiario inadatto a quelle temperature, del poco cibo e della bontà dei contadini russi. Avevano poco o nulla per loro ma ai soldati italiani offrivano sempre qualcosa, o qualche patata o qualche rapa o qualche pezzetto di lardo gelato che fungeva da energetico e permetteva di combattere la fatica e il freddo. A volte le isbe erano occupate dai tedeschi che  non permettevano a nessun altro di entrare e allora Cesare e compagni si accontentavano delle bucce di patate o delle rape marce che le donne russe di nascosto gettavano fuori.

Cesare non poteva dimenticare tutti quei morti e le atrocità viste e superate solo per caso. Partecipò a battaglie dove per evitare il fuoco dei carri armati russi si era ingegnato di passare sotto le bocche da fuoco.  Nell’effettuare questo pauroso “gioco” molti compagni venivano travolti dai carri e schiacciati, ma era l’ultima carta per la sopravvivenza . Cesare, magro e affamato con negli occhi le urla dei compagni e quei cumuli di neve che nascondevano corpi di giovani vite stroncate dalla guerra, riuscì ad effettuare la Ritirata e a tornare ad Arguello in Aure a lavorare la terra. Si sposò e generò due figli sono stati Artiglieri Alpini e hanno ereditato dal padre la semplicità e l’attaccamento alle tradizioni della campagna. Angelo e GianPaolo raccontano ai figli e nipoti le peripezie che dovette superare il nonno Cesare e alla domanda:< ma come riuscì?> rispondono:< eh! Ringrassianda Nossgnor o rè gavassra!> (ringraziando il Signore è sopravvissuto!)

 Angelo e la sorella Dilia mi raccontarono che Cesare dovette rimanere più a lungo in Ospedale perché fu colpito da infarto proprio quando doveva essere dimesso. Fortunatamente essendo ancora ricoverato fu salvato.

 

 

 

 

 

MARRONE GIUSEPPE 1915 LEQUIO BERRIA

 Giuseppe con l’amico Cesare Bosio di Aure di Arguello

Sergio Marrone figlio di Giuseppe, Alpino  Reduce di Francia, Albania(a recuperare i cadaveri dei compagni) Grecia, Africa e Russia per sette lunghi anni con Bosio Cesare padre di Angelo e GianPaolo, mi ha permesso di recuperare una testimonianza che possiede una rilevanza notevole sia perché è raccontata da un figlio molto attento ai racconti del padre quando scambiava ricordi con l’amico Cesare, sia perché ha saputo memorizzare fatti che i due Alpini si rivelavano tra loro, ma che in età avanzata avevano quasi perso.

Cesare abitava nella frazione Aure di Arguello, ma per le vijà (veglie), accompagnato da moglie e figli si recava dall’amico Giuseppe alla Cascina “Fojach” per mangiare due castagne e bere un bicchiere di vino raccontandosi ricordi della loro lunga vita militare. Le donne rammendavano o filavano o sferruzzavano, e i figli dopo avere giocato un po’ a carte, incuriositi dal parlottare dei padri avvicinavano i balòt sui quali sedevano e ascoltavano facendo domande. Raramente ottenevano risposta, ma almeno sollecitavano i due Alpini a continuare i ricordi.

Durante il ripiegamento dal Don i due Alpini di Lequio Berria  procedettero con il resto della Colonna per un po’ di giorni poi si confidarono e decisero di staccarsi e di andare in un'altra direzione, convinti che il grosso della colonna stesse dirigendosi verso il nemico. La considerazione si rivelò esatta poiché chi seguì la grande colonna finì nella Sacca e fu preso prigioniero o peggio ucciso. Girovagarono per circa un mese in condizioni terribili per quel territorio che è l’attuale Ucraina. Durante il procedere, con temperatura di-30°  e senza nulla di cui nutrirsi né abbeverarsi se non neve, trovarono una pagnotta di pane, forse persa da qualche slitta anche in ripiegamento. Cesare estrasse il coltello e cercò di tagliare quel pane congelato, gli sfuggì la lama e si procurò un taglio ad un dito. Non avendo medicazioni e con il gelo il dito si necrotizzò e andò in cancrena, ma “Cegio”, così era chiamato in famiglia, aveva una tempra eccezionale, pur con la febbre tenne duro. Con l’amico Giuseppe continuarono la loro marcia nella neve e nel gelo. Un giorno videro del fumo uscire da un comignolo e cautamente si avvicinarono, temevano vi fossero dei russi. Dopo aver controllato compresero che non vi erano pericoli, l’isba era abitata da una donna con due figlie. Le tre donne subito furono spaventate, poi vedendo che i due militari non avevano armi né cattive intenzioni e tranquillizzate dalle medagliette che Giuseppe donò, erano le medagliette della Madonna che il Cappellano aveva distribuito loro, li fecero entrare e attivarono il fuoco della stufa con piante secche di meliga. Ricevettero qualcosa da mangiare  e sostarono la notte, quindi al mattino ripartirono procedendo senza alcun riferimento,  avevano un’unica avvertenza, cercavano di evitare la direzione da dove giungevano gli spari.   Marciarono per tre mesi in condizioni difficilissime senza potersi lavare né rasare, finché giunsero alla stazione ferroviaria di Gomel dove trovarono ancora dei presìdi italiani e furono rimpatriati, condotti in Ospedale a Rimini rimasero una quarantina di giorni. Giuseppe avendo subito un congelamento a una falange venne amputato della stessa, invece Cesare fu curato per la ferita alla mano. 

 

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