domenica 29 dicembre 2013

RIVETTI DARIO e Dante ALPINI IN URSS

Dario e Dante Rivetti Alpini con 
“LA FORTUNA NELLO ZAINO”





                                RIVETTI DANTE


Dario Rivetti, classe 1921 esordisce dicendomi: < non so se sia bello dirlo ma, ho maturato questa idea, io e mio fratello PARTIMMO per la Russia  CON LA FORTUNA NELLO ZAINO>  Incuriosito lo invito a chiarirmi meglio, e lui < adèss e trà spiègh!>(ora ti spiego)
Quando fui arruolato da recluta ebbi come incarico “Radiotelegrafista” ma qualche giorno prima della partenza per la Russia mi feci cambiare l’incarico in “Conducente muli”. Il vecchio Capitano al colloquio precedente la partenza leggendo nei documenti del cambio di incarico mi disse: “bravo Rivetti, ricordati che il mulo ha la coda molto lunga!” E devo dire che i muli ci salvarono la vita. Parlo al plurale poiché partimmo io e mio fratello Dante del 1920. Sempre nei giorni prima di partire dovetti scambiare parole dure con un sergente maggiore. Venne a salutarci mio padre a Cuneo, lo vidi davanti alla Caserma e d’istinto uscìi a salutarlo. Fui fermato da quel Sergente che mi intimò di rientrare e mi mandò a rapporto dal Capitano. Questi ,più comprensivo, consentì a noi due fratelli di andare in libera uscita col papà. La cosa non fu gradita da quel graduato che tuttavia, pensando fossimo raccomandati, ci trattava con timore e non ci comandava più.
LA CODA DEL MULO è MOLTO LUNGA
Si viaggiò per quindici giorni con la tradotta e poi per quindici giorni a piedi con lo zaino in spalla e arrivammo in Russia attraverso il confine con la Polonia. Fu durante quelle lunghe marce che compresi che la fortuna era con noi: Ricordando le parole del Capitano sovente ci facevamo trascinare dal mulo attaccandoci alla sua coda e mentre gli altri venivano sgridati malamente, a noi , quel sergente prepotente non diceva nulla e sembrava avere timore. I muli furono un altro motivo di fortuna. Io avevo un mulo valido ma dava l’impressione di essere scarso, invece Dante aveva una mula inaffidabile. Per questo quando arrivò l’ordine di inviare i muli migliori avanti verso il fronte, noi seguimmo i nostri nelle retrovie situate  sette otto chilometri più indietro. Fin verso Natale tutto procedette tranquillo poi arrivò l’ordine di sorteggiare gli alpini più giovani da inviare in prima linea. Anche in questa occasione la fortuna ci baciò e rimanemmo nelle retrovie finchè giunse l’ordine della ritirata,  il 16 Gennaio del ’43.
DUE MESI DI RITIRATA

Con un gelo terribile e un freddo enorme iniziò la ritirata. Io avevo il mulo e una slitta sulla quale caricai tutto ciò che trovai: Vestiario e coperte. Si viaggiava incolonnati ma distanziati di una cinquantina di metri. Il freddo era intensissimo (-30° e forse più) non si poteva salire sulla slitta per più di qualche minuto perché si gelava se non ti muovevi. Si procedeva di notte e una sera mi incontrai con mio fratello, parlammo un po’  e quindi tornammo ai nostri muli. Al mattino si raggiunse un paese e cercando mio fratello trovai soltanto i suoi muli. Chiedendo notizie, riuscii a sapere che il freddo gli aveva fatto perdere il senso e si era perso dalla colonna. Vagò da solo ma raggiunse una postazione della Fanteria che gli prestò le prime cure. Nel levargli gli scarponi scoprirono che aveva i piedi congelati. Dopo alcuni giorni un Caporalmaggiore mi cercò per avvisarmi che mio fratello era stato ricoverato dalla Fanteria accampata all’inizio di quel paese forse Opit. Lo caricai sulla slitta e lo trasportai finchè incrociammo un camion italiano che caricò i congelati. In quel frangente arrivò l’avviso di riprendere la ritirata poiché c’era il rischio di essere presi prigionieri dei russi. Fu così che mio fratello raggiunse la frontiera polacca da dove in treno fu condotto a Igea Marina e ricevette le cure idonee. Io continuai la marcia fino al 13 Marzo, procedemmo per più di due mesi. All’inizio ci muovevamo giorno e notte poi di notte prendemmo a fermarci. Eravamo in condizioni terribili, per ripararci dal gelo avevamo tolto gli scarponi che favorivano il congelamento dei piedi,poiché nelle fessure dei chiodi si infiltrava l’acqua che ghiacciava. Con delle strisce di coperta realizzammo delle pezze da piedi che almeno ci proteggevano. I partigiani russi ci attaccarono alcune volte ma riuscimmo a difenderci, anche perché con le pattuglie si cercava di prevenire i loro attacchi.
“I Russi era una grande brava gente”

Durante questa marcia lunghissima “a rabèl jera gnente”(sparso non c’era nulla), lungo questa strada ogni tanto si trovava qualche casa, non dei borghi ma “di pais pèr long.”






  Dopo un mese di convalescenza a Vipiteno ebbi 15 giorni di licenza, e fu a Torino alla stazione di Porta nuova che Davidin Vacca, incontrato casualmente, mi riferì che mio fratello, insieme ad altri della ritirata di Russia era già a casa. 





Dopo la licenza si rientra in Caserma
Ritornato alle Casermette a San Rocco Castagnaretta, ci rimasi un po’ e poi tutti gli alpini furono trasferiti al Brennero. Fummo sistemati chi al di qua chi aldilà dell’Adige. Non ci fu neppure il tempo di ambientarci che una sera suonò la ritirata dalla libera uscita prima del tempo. Il comandante della Compagnia, tal Meinero di Cuneo “un  ardì” (in gamba) ci radunò e disse”è stato firmato l’Armistizio, ma non è l’ora di ubriacarsi e festeggiare bensì l’ora di scegliere le decisioni opportune!”.
Vedendo arrivare dei carri armati Tedeschi capimmo che era meglio andarcene per evitare di essere inviati in Germania. Superammo gli alti muri della Caserma già illuminata dai grandi fari dei Nazisti e ci demmo alla fuga. In tredici procedemmo per una notte ma al mattino ci videro e ci spararono due granate che per “fortuna” esplosero vicino ma senza creare danni. Procedemmo evitando sentieri e mulattiere per evitare di essere arrestati e scalando dei valichi arrivammo in Val di Fiemme. Stanchi e affamati ci rivolgemmo alla gente di un paesino e nonostante fossero già passati altri sbandati ci aiutarono.
Incontrai una ragazza ma…

In una baita di quel paese incontrai una ragazza che non solo ci aiutò ma voleva che mi fermassi, e si adoperò con suo padre affinchè potessi nascondermi con un altro  compagno toscano in una baita di loro proprietà in un alpeggio. Ci lasciammo convincere a rimanere e restammo otto giorni. Si mangiava solo polenta e latte però almeno fummo al sicuro. Poi sapendo che la via per Trento era libera, riprese il desiderio di tornare a casa e nonostante quella ragazza mi avesse dato una lettera e una fotografia ringraziai e me ne tornai a Neive.

lunedì 23 dicembre 2013

BRANGERO LUIGI ARGUELLO 1921



Alpino Luigi Brangero, classe 1921, era il quarto dei cinque figli di Giovanni Brangero, classe 1877, di Arguello(partecipò alla prima guerra mondiale nonostante avesse ormai 38 anni) e di Margherita bianco classe 1891, nativa di Roddino
Luigi aveva appena 21 quando  fu ferito a Karabut, trasportato all’ospedale da Campo di Annovka, situato a una decina di Km.a Nord Est di Rossosc(diventata poi Aleinìkovo), dove vi era la base della Divisione Cuneense comandata dal Generale Battisti,  morì il primo Novembre 1942 e qui fu sepolto. Le spoglie furono rimpatriate unitamente a quelle di altri 31. I 32 militari  cuneesi esumati nei cimiteri campali dell’ex Unione Sovietica, risultano morti tra l’estate del 1942 e il gennaio del 1943. Quindi soldati( dalla classe 1913 a quella del 1926) che erano partiti con il corpo di Spedizione italiano in Russia(Csir) già nell’estate 1941 o con il secondo contingente (l’Armir )nell’estate 1942. Luigi essendo caduto nei mesi in cui era ancora possibile dare sepoltura nei cimiteri di guerra venne sepolto ad Annovka, altri, come il cugino Lorenzo fu tra quelli  che non fu possibile identificare e di cui casualmente si recuperarono la piastrina di riconoscimento. Quando il 17 gennaio iniziò la grande ritirata, che si trasformò subito in rotta, nessuno aveva più tempo e modo di seppellire i caduti che vennero abbandonati nella steppa ghiacciata. I superstiti di quell’ inferno(Carlo Capra, Dario Rivetti, Mosca Guseppe, Picchetta Celso, Bosio Cesare, Bosio Guido) hanno ricordato: <Purtroppo dovevamo lasciare anche i feriti più gravi e quelli che non riuscivano a tenere il passo della colonna in ripiegamento>.

Nelle lettere di Luigi si legge sovente che invia i saluti anche del cugino Lorenzo, dichiarato disperso e di cui si ritroverà la Piastrina custodita nel Municipio di Arguello, di Filippo Boffa 1917 di Lequio Berria ritornato, di Nibale Mossio 1922 di Arguello Disperso e decorato con la Croce di guerra, di Gallo Giuseppe 1921 di Lequio Berria Disperso, di Mario Adriano 1922 inviato prigioniero in Germania, ritornò ma dopo pochi mesi morì a causa dei danni subiti per gli esperimenti subiti in prigionia.
BRANGERO LORENZO
Lettere di Luigi dalla Russia 
11 8 1942 xx°
Trovandomi sempre in buona salute ho pensato di farvi sapere mie notizie. Ci troviamo sempre sul treno e pensiamo al nostro destino e speriamo sempre che vada bene e che Dio ci aiuti.Siamo partiti da Cuneo tutti allegri e siamo ancora allegri e non pensiamo a dove siamo passati. Abbiamo fatto tante di quelle risate a vedere quei posti e sentire parlare quella gente per noi così strana. E’ già da quattro  giorni che marciamo e sentiamo parlare le lingue più strane e quando torneremo non ci sarà nessuno che ci capisce. Son già nove giorni che siamo venuti via dall’Italia, ma posti così belli non ne abbiamo più visti. Dal treno si vedono solo case di legno e dove siamo passati c’è tutto rovinato e distrutto dai tedeschi.  Speriamo che presto salti per aria anche tutta la Russia. Oggi ho anche visto il cugino Lorenzo, ma lui è su di un’altra tradotta e anche lui è in gamba. Ora vi saluto di vero cuore e state sempre allegri e in gamba. Vostro figlio Luigi. Saluti anche da Lorenzo, e Gallo. Ciao non pensate male. L’alpino è sempre in gamba.Baci


Caporale Lorenzo Brangero


3 9 1942 P.M. 203 Starnabel
Carissimi genitori trovandomi seduto sotto la mia tenda, stanco da una marcia ho pensato di scrivervi questa lettera per farvi sapere mie notizie. La salute è ottima come spero di voi tutti. Son per dirvi che a momenti è un mese che marciamo in questa terra russa un po’ in treno e a piedi non abbiamo ancora visto una montagna. E’ tutta pianura e non si vede una pietra, una pianura che sembra non finire mai. Ma a forza di marciare, un giorno o l’altro arriveremo alla fine del mondo! Or son per dirvi che l’altro giorno ho mandato a casa i soldi della deca e spero che li abbiano mandati perché ho fatto il vaglia in fureria, li ho mandati perché non sapevo cosa farne, a spenderli non si trova perché non si trova niente da comprare, e così ho pensato di mandarli a casa perché ho paura di perderli. Soltanto che c’è dentro poco, danno solo 10 Lire al giorno, 300 lire al mese. Appena li ricevete fatemi sapere perché ho piacere. Voi direte che non vi ho mandato tanto, ma se mi vedeste a casa sareste più contenti. Quando mi scrivete mandatemi a dire quello che fate a casa, bene come me ve la passerete, perché io tutti i giorni cambio casa e cambio abche paese, sembra di essere in villeggiatura. Ora termino di scrivere lasciandovi i più sinceri auguri da chi sempre vi ricorda. Vostro figlio Luigi. Saluti anche dal cugino Lorenzo e Filippo, Nibale e Gallo, siamo sempre tutti in gamba e sempre assieme. Ciau Scrivete presto.
                                              













 Nibale Mossio 1922




16 09 1942 XX° P.M.203
Carissimi genitori
Vengo a voi con questa mia lettera per darvi mie notizie. La salute è ottima come spero sempre di voi tutti. Ho scritto questa lettera per  farvi sapere che vi avevo detto che vi avevo mandato a casa i soldi invece me li hanno dati proprio oggi, avevano detto che ve li avrebbero mandati all’indirizzo di casa ed io ero fisso che avrebbero fatto così e invece ve li manderò al principio di Ottobre tutti insieme, per voi sarà lo stesso ne riceverete di più. Ora son per dirvi che siamo qui fermi che aspettiamo il nostro destino ben vicino al fronte, ma pure il nemico non l’abbiamo ancora visto e la speranza è ancora buona per oggi e poi per l’avvenire si vedrà. Sto sempre pensando a casa che è molto lontana e chissà quando sarà quel giorno che vi rivedrò. La mia speranza e idea è che sarà presto. Penso sempre a casa ma dopo aver pensato tanto lascio perdere e mi metto a scherzare come facevo sempre in Italia e così il tempo passa di più e intanto è uguale, da pensare a non pensare. Qui bisogna starci lo stesso, ormai siamo qui. Mi sono lasciato crescere il “Pizzo” e sembro un russo. Ora vi saluto tutti di vero cuore, vostro figlio Luigi. Scrivete più sovente! Saluti anche a tutti i vicini e saluti anche dal cugino Lorenzo, da Filippo, Nibale e Gallo. Ciau tanti baci.


21 09 1942 P.M. 203
Cara mamma , proprio oggi mi è arrivata la tua cara lettera che da molto aspettavo per sentire le tue care parole. E io subito ho voluto risponderti. La salute è sempre ottima come spero sempre di te e di tutti. Ho scritto da sotto la mia tenda che per ora sarà la mia casa. Sono molto stanco per una lunga marcia che ci ha avvicinati al nemico, ma questo non vuol dir niente, basta aver la fortuna, e speriamo che il Signore ci aiuti.
Pensando a quando ero a casa e mi lamentavo sempre, ma se verrà nuovamente quel giorno che ritornerò a casa non mi sentirete più lamentarmi. Purtroppo quando uno non ha ancora visto niente della bella vita si lamenta sempre. Cara mamma, quando mi scrivi mandami a dire qualche novità da casa, e cosa fate in questi giorni e nella lettera metti dei bolli per Via aerea e così ricevete più presto la mia posta. E appena sapete che i pacchi possono essere spediti mandatemi subito del tabacco che mi fate proprio piacere. Fra pochi giorni vi spedirò a casa i soldi dei due mesi che tanto non ne faccio niente perché non si trova niente da comprare, e c’è solo della miseria in Russia. Ora vi saluto di vero cuore e ti abbraccio. Tuo affezionatissimo figlio Luigi.
Non pensate male, perché gli Alpini sono sempre in gamba e non temiamo niente. Saluti anche dal cugino Lorenzo, Nibale, Filippo, Gallo e tutti gli altri che ci troviamo sempre insieme. Ciau Baci  SCRIVI



28 09 1942 P.m. 203

Cara Mamma, proprio oggi ho ricevuto la tua lettera che tanto mi ha fatto piacere di sentire le tue belle parole che mi dicono che state tutti bene come posso dirti di noi al presente. Son per dirvi che ormai son tre o quattro giorni che siamo giunti proprio vicino al nemico, al suo fronte, ma non pensate mai male perché tanto è uguale, e vostro figlio qua saprà salvarsi anche di fronte al nemico. Si sente tutto il giorno le nostre nemiche(armi) a cantare, ma il primo giorno mi faceva effetto, ora non ci penso più, ma speriamo che questa musica presto sia finita e di ritornare tutti alle nostre case e di non pensare più a questi tempi che passiamo in questi giorni.Ora smettiamola di questa naia. Ho sentito nella tua lettera che il fratello Carlo è già andato alla visita, allora speriamo che prima di arrivare dalla Russia di trovarlo a Cuneo soldato. In questi giorni farà il furbo perché coscritto. Digli pure che la faccia andare adesso che è ancora a casa, perché poi quando sarà sotto naja si troverà pentito. Quando mi scrivete mandatemi a dire se lo hanno fatto abile o no. Mi avete anche detto che il cugino Carlo è già partito, quando sapete il suo indirizzo fatemelo sapere. Mi dite che quest’ anno si dovrebbe fare il vino buono, bene cercate di farne tanto e buono che quando ritorneremo a casa possiamo bere e prendere qualche sbornia che ci faccia stare un po’ in allegria. Ora vi saluto e vi dico che questa è la prima lettera che vi scrivo dalla trincea con vicino la mia arma. Salutando vi pensa ,Vostro figlio Luigi. Saluti anche da Filippo e  tutti. Scrivete  ciau Baci. Non pensate male. Mandatemi dei bolli.

30 Settembre 1942 P.M. 203
Carissimi genitori, vengo a voi per dirvi che la salute è ottima come spero sempre di voi tutti. Ormai son passati due mesi di questa vita russa e dirvi che sia tanto bella non posso, perché nei nostri posti si stava molto meglio. E’ già da un po’ che siamo di fronte al nemico e così non si sta mai tranquilli, certo non bisogna dormire in questi momenti e dove ci troviamo noi. Per ora  tutto è andato bene, ma speriamo continui così e che Iddio ci aiuti fino alla fine di questa vittoria. Mi dite che Carlo mio fratello è andato alla visita di leva, fatemi sapere se lo hanno preso o no o lo hanno fatto rivedibile. Datemi anche notizie del cugino Carlo, dove si trova a fare il soldato. Con queste notizie, il tempo passa più in fretta e poi fa piacere sapere notizie anche da lontano. Sono felice che la madrina è stata contenta di sapere notizie di Lorenzo. E’ da un po’ che non ci troviamo perché siamo divisi, ma anche lui sta bene, ne sono sicuro. Filippo lo vedo quasi tutti i giorni perché viene a portarci la spesa e anche lui sta bene. Se mi scrivete mandatemi dei bolli per posta aerea che così ricevete prima le mie lettere. Scusatemi se ho scritto male ma ho scritto mentre ero di guardia nella trincea vicino alla mia arma alla quale per ora ci voglio più bene che alla mia casa perché è quella che mi salva la vita. Vi saluto e vi faccio i più sinceri auguri  di vero cuore, vostro affezionatissimo figlio. Saluti anche a tutti i vicini e alla mia madrina. Saluti da Nibale e Gallo coi quali ci troviamo sempre insieme. Luigi .                  SCRIVETE!



22 10 1942 P.M.
Carissimi genitori, giungo a voi con questo mio scritto per farvi sapere mie notizie. La salute è sempre ottima come spero di voi tutti. Ora non so cosa dirmi di questo, son già più di venti giorni che non ricevo posta da casa, o che siete tutti morti oppure non scrivete, non credo abbiate tanto di quel lavoro da non avere il tempo di scrivere. Scrivete quando potete e mandatemi della carta per scrivere, fate un pacco piccolo con dentro due o tre pacchetti di sigarette. Da quindici giorni fa vi mandato a casa i soldi L 558 e appena li ricevete fatemelo sapere, li ho spediti alla posta dei Tre Cunei. Siamo ancora sempre qua e finchè va così va ancora bene, ora fa già freddo ma tra qualche giorno che arriverà il grande freddo che ci farà tremare di più del nemico. In questi giorni al mattino il gradino è già a meno dodici. Speriamo che anche questo passi, tutto sta a non prendersela e poi tutto avrà fine. Ora son per dirvi di dire al fratello carlo che se la passi bene in questi giorni che va alla visita, che faccia molta allegria e che non pensi a me. Ditegli di di bere due bicchieri di vino alla mia salute, che io posso bere nemmeno l’acqua perché non ce n’è di acqua pulita e bisogna berla anche sporca. Mandatemi a dire se lo hanno preso o no e scrivete! Ora  vi saluto perché devo andare di guardia e vi faccio i più cari auguri di buone feste anche a Carlo e Giuseppe . Chi sempre vi ricorda, vostro figlio Luigi. Scrivete e mandate il pacco se potete. Saluti anche da Filippo,Nibale, da Gallo e da tutti i paesani.
Adriano Mario 1922 (vicino di casa dei Giamesi) Soffrì la Prigionia in Africa



23 10 42 P.M 203
Carissimi genitori, ieri dopo tanto tempo che aspettavo, mi è giunta la vostra cara lettera e son contento che di salute state bene come posso dirvi di me al presente. Ho ricevuto anche i tre bolli. Era già da treo quattro giorni che non ero più tranquillo perché pensavo sempre a casa e non sapendo notizie mi chiedevo se foste tutti morti. Nella lettera mi dite che avete fatto del buon vino. Guardate di  lasciarne un po’ per quel giorno , se Iddio vorrà,  che si ritorna a casa. I soldi che vi ho mandato li ho spediti il 2 Ottobre,
 L. 558. Quando li ricevete fatemelo sapere. Vi faccio i più cari e sinceri saluti. Chi sempre vi pensa, giorno e notte. Vostro figlio Luigi. Scrivete! Tanti saluti anche dal cugino Lorenzo che anche se non ci vediamo, lui si lamenta sempre ma sta bene! Il nemico non lo vede.
Saluti da Filippo,Nibale e Gallo.



domenica 15 dicembre 2013

BORRI SEBASTIANO "BASTIANIN" SOMMARIVA BOSCO 1915

ALPINO BORRI SEBASTIANO in RUSSIA

4° Regg.Art:alpina-gruppo Mondovì 

ALPINO Borri Sebastiano                Panettiere

Nato a Sommariva Bosco,soldato di leva classe 1915 del Distretto di Mondovì,è chiamato alle armi nel 4° Regg.Art:alpina-gruppo Mondovì il 16 Aprile 1936.

Il 3 Aprile 1937 è inviato in congedo illimitato.

Il 17 Agosto 1939 viene richiamato alle armi per esigenze eccezionali e aggiunto al 4° Regg.Art.Alpina

L’8 Febbraio 1940 è inviato in Lic. Straordinaria

Il 16 Maggio 1940 è richiamato alle armi e mobilitato in territorio dichiarato in stato di Guerra.

L’11 Giugno 1940 parte per l’Albania(si imbarca il 20 Ottobre a Bari sul Piroscafo Piemonte e il 30 sbarca a Valona).

Il 12 Giugno 1941 ritorna in Italia con il Piroscafo Puccini e sbarca a Brindisi.

Il 21 Giugno 1942 è inviato in Russia.

Scrive alla sorella Anna , alla mamma e ai fratelli nel periodo tra il 25 Settembre e il 25 Ottobre 1942.

Il 1°Marzo 1943 viene dichiarato disperso nei fatti d’armi svoltisi in Russia.

Il 1° Giugno 1943 la dichiarazione di irreperibilità è rilasciata dall’Uff. Mobilitazione del 4° regg.Alpina


Borri Sebastiano è il primogenito di Domenico detto Mini e di Cornaglia Domenica, nasce il 6 Giugno 1915 a Sommariva del Bosco e avrà dei fratellini che nasceranno nel 1919 Felice, 1921 Anna, 1924 Mario, 1925 Luigi.
Il padre, Mini era della discendenza dei Trèdì soprannominati così poiché il “Cé”(il nonno) si tagliò due dita con la “faussia”(falce messoria).
Mini racconta:
Mio padre ,Felice, era un uomo semplice e di grande fede. Sicuramente lo ammiravo  per la sua laboriosità e rettitudine  ma già da bambino mi sentivo diverso da lui.
Quando nonno Bastian si tagliò due dita con la “faussia”, avevo dodici anni,eravamo nel 1900 e lo adoravo.
I cavalli erano all’ombra del grande “mo” gelso dei Pralot e ogni tanto nitrivano perché infastiditi da qualche tafano. Seguivo il nonno a debita distanza per non essere nel raggio d’azione della falce e raccoglievo le spighe che gli sfuggivano. A dire il vero non erano molte, ma lui mi voleva vicino e il padre mi aveva incaricato di seguirlo. Gli piaceva il vino e che fosse buono e non bruschèt o vinot. Nella bota’d cossa marchiata BB,Borri Bastian,provvedeva lui stesso a mettere il vino “dla bonza bona” poiché sapeva che Felice avrebbe messo quello del botalin ancora allungato con acqua . Con il mazzolino di spighe osservavo orgoglioso quel gesto ampio e flessuoso che il nonno compieva e accompagnavo il suo canto ascoltando la musica che produceva la falce nel taglio e il mannello cadendo; lo gettava con precisione  a formare Ra cheuv-il covone. Quando fermava per legarla,poiché non voleva fomre antorna, di solito era compito delle donne legare i mannelli- er giavele, posava la falce e senza smettere di cantare si allungava, prendeva il gorèt,legava con quel nodo che mi aveva insegnato e riprendendo il ritmo mi sorrideva e o tacava n’atra canson. Aveva un ampio repertorio che io avevo ormai appreso ,ma se potevo gli facevo cantare “Moretto” o “Morettina”.
Allorché la faussia era da moré(affilare) , altra fermata, bevuta ,recupero d’ra co dal coé-contenitore appeso alla cintura dei pantaloni, e nuovo gesto con musicale accompagnamento. Questo rapiva i miei occhi e le orecchie ,mentre nonno Bastian  con maestrìa molava la lama e la rendeva lucente e tagliente. Lisciandosi i baffi mi porgeva la falce e mi invitava a sfiorare la lama dicendomi “s’a lè caoda a lè pronta a ese eisà.”Se è calda è pronta a essere usata. Sfioravo con cautela ……..e provavo a falciare un pugno di spighe,poi,sapendo qual’era il mio compito restituivo l’attrezzo
Soddisfatto di aver espletato er mè travaj.
Il rito del taglio del grano procedette in armonia fino a che il nonno mi mandò dai cavalli.Fermò il lavoro e bevve un sorso a “Garganela” si asciugò i baffi e mi ordinò:”Mini, và a bèjve là a l’ombra e dajne ‘d cò ai cavaj” Tron e Losn erano la nostra coppia di cavalli e sembrava avessero capito ,nitrirono all’unisono.
Abbeverati i cavalli bevvi anch’io a garganella e mi sbrodolai,
I CAVALLI: Tron e Lòsn

MAMMA DOMENICA

PADRE MINI

SORELLA ANNA
mi rivolsi ridendo verso il nonno e notai che si era fermato e aveva raggiunto il bordo del campo, al ritorno presso di lui vidi che il fazzoletto non era più annodato al collo bensì fasciava la mano sinistra. Osservai un laghetto rosso , ma non di vino, vicino a una cheuv -covone , nonno aveva già ripreso il lavoro. Al termine del solco si fermò e si sedette, cosa strana per lui, mi guardò coi suoi occhi chiari ma duri e mettendo il dito indice vicino al naso per intimarmi silenzio mi mostrò ,in segreto ,svolgendo il fazzoletto insanguinato ,la mano sinistra .Mancavano due dita, “l’èi sotraje là-li ho sotterrati là” indicandomi il bordo del campo e continuò “l’on disinfétaje col piss e col vin, la feuja ‘d lapass a férma èl sang-la foglia di lapazio ferma il sangue. Mi diede da pulire il coltello da innesto che aveva usato a eliminare la pelle e mi fece segno di falciare , come nulla fosse accaduto. Riprese a cantare con voce forte, intonò “noi vogliam Dio”. La cantava nei momenti in cui voleva ringraziare il Signore .

Prendendomi la giavela-mannello mi guardò sorridendo e sussurrò” da ancheui noi soma i tre dì. (d oggi noi siamo i "Tredì"


DOMENICA CORNAGLIA, la mamma, andava come “serventa”(donna di servizio) dai marchesi al castello di Sommariva e Mini continuava il lavoro di “Cartoné”. Fu richiamato militare per la guerra del ’15/’18 e fu preso Prigioniero. Fintosi morto fu lasciato nel mucchio dei cadaveri con un compagno ferito. Con uno stratagemma prese in spalla il compare e passò davanti alle guardie salvando sé stesso e l’amico. Non ricevette decorazioni ma ebbe la riconoscenza a vita dell’amico, ogni volta che si trovavano all’Osteria, Masin si faceva raccontare come lo aveva salvato e gli offriva da bere. Mini:”l’on daje in pugn per andurmilo” perché strillava e aveva paura e avrebbe rovinato la fuga. All’osteria, Mini, ci stava volentieri e anche troppo
Raccontava la nonna Menica. Lei lo conobbe prima che andasse militare di leva ed era un bel giovane gran lavoratore e sempre in viaggio col “Tombarèl” o con il “Carton”. Quando tornò dalla Calabria dopo il terremoto del 1908 aveva già iniziato a bere ed era cambiato, aveva visto troppi cadaveri e raccontava di aver già subito dei vaccini e trasfusioni di sangue che gli facevano avere incubi e visioni. Da gran lavoratore che era divenne gran frequentatore di osterie. Anna ,la figlia, lo andava a prendere dall’osteria e con lei tornava a casa cantando. Se andava Bastianin, non tornava e una volta a casa spaccava tutto”o r’ava èr vin gram”(aveva il vino cattivo). Il rapporto con Bastianin era conflittuale, il figlio lo sgridava e lui ci rimaneva male, così, vergognandosi e per difendersi faceva il matto. Aveva dei momenti in cui era simpatico e anche consapevole di aver maturato un caratteraccio ma con i figli e la moglie era terribile. Alle processioni,quasi per espiare le sue colpe portava la croce grande e procedeva scalzo e incatenato ma dopo la bevuta di rito era nuovamente l’ubriacone che sragionava.
Bastianin crebbe con gli insegnamenti dei nonni e imparò a rispettare il padre e a giustificare le sue intemperanze, ma visse addolorato per avere un padre abbrutito dal vino e incapace ad aiutare la moglie a crescere i propri figli.
Bastianin terminata la terza elementare andò dai nonni e zii come “Vachè”(vaccaro),ma appena potè andò da garzone di panetteria. Quella sarebbe stata la sua professione “Panaté” e anche il fratello Felice e la sorella Anna lo avrebbero aiutato nel forno e in panetteria. A 18 anni aveva già una buona esperienza ma continuò da garzone fino al 1936 quando partì militare. Fu arruolato nel 4° Regg.Artiglieria Alpina gruppo Mondovì e rimase  come fornaio fino al 3 aprile 1937 e inviato in Congedo illimitato. Appena torna a casa inizia a far progetti, intanto che si raggranellano un po’ di soldini per aiutare la mamma che pur di non far sfigurare la famiglia va a lavorare in campagna e dalla marchesa. Il padre ha sempre dei comportamenti incomprensibili e ora frequenta anche delle donne che gli mangiano i pochi soldi che riesce a guadagnare. Su di lui non bisogna contare,viene persino ad esigere il sacco di grano o di granturco che mamma Menica e riuscita a produrre nelle terre dei Pralot avute in eredità da nonno Bastian.
Nel 1938 con l’aiuto di Magna Cichina si va a rilevare un forno a Verduno. L’idea è quella di avviare la panetteria con Anna e la zia in negozio in attesa che Felice assolto il servizio militare entri a collaborare nel Pastin(laboratorio del forno). Si lavora,Verduno è un buon paese, la gente va a cuocere ma si vende anche pane e “galuperie”(dolci-golosità). 
       

          
Limpio racconta
Il 25 Giugno del 1938 passai a Verduno e vidi un’insegna di Panetteria che sapeva di nuovo. Attratto dal profumo del pane appena sfornato legai il Biond all’anello drà pila d’r’ara dèr mèrcà( all’anello della pila dell’ala del mercato). Con mè arrivò uno che mi disse chiamarsi Redento. Era piccolo biondo ,capelli all’umberta e due occhi chiarissimi con cilia bianche e doi pomin ross(Guance rosse),spingeva una carretta con  due ghirbine.O jera ‘n ciaciarètt! (Uno che parlava molto!) Vèn a cheuse,bèica che bela pasta(vengo a cuocere,guarda che bella pasta),sollevò la tela bianca e mi mostrò la pasta già alvà Lievitata,abbiamo èr panaté neuv e sua soréla nà bela panatéra ,na brunota marca leon!!! aggiunse sottovoce quasi a confidarmi un segreto. Redènto andò nel pastino e spaventò i canarini della gabbietta sul tronco che fungeva da panca.
Io entrai nella Bottega del pane, boia faoss! Aveva ragione Redento,una bella brunetta stava sistemando dèr biove e di micon sfarinà , Bondì disse rivolgendo lo sguardo,mi affrettai a gaveme èr capèl e a ravviarmi con la mano i capelli schiacciati e risposi al saluto ambajà abbagliato dalla bellezza di quella ragazza. Aveva la coda di cavallo che raccoglieva i capelli neri ondulati, la carnagione olivastra la rendeva attraente e il sorriso leggero interessante. Le chiesi una biova  e lei : l’alo in sachèt che èi la buto ‘n drinta Ha un sacchetto? Così gliela metto dentro. Le porsi il sacchetto che mamma Tina aveva cucito ripiegando due fazzolettoni di tela blu a quadri,si chiudeva con un Bindèll una fettuccia e lo usavamo solo per il pane.
Veul d’aot ?Vuole altro? Si accorse che non le toglievo gli occhi di dosso e arrossì leggermente ,ch’ame scusa,ch’am daga ‘dcò due tirole crocante!Mi scusi,mi dia anche due pani lunghi. Rispose: Sì sì son bìn cheuite.
Sì sì son ben cotte.
Incuriosito per la sua parlata le chiesi di dove fosse e seppi che era di Sommariva nella pianura,il mio dubbio fu confermato. Ero stato in Africa da militare e avevo un compagno di Sommariva col quale riuscimmo a tornare con un po’ di fortuna, il suo nome era Borri Bastianin. Glielo dissi e lei: L’è mé fratèl ,l’è ‘ntèl pastin ! è mio fratello è nel pastino.Lo chiamò e incredulo fece babola dalla porta e: oh diaolèri cò ‘t fasi sì Limpio? Era trascorso un anno da quando riuscimmo a tornare dall’Africa e poi fummo congedati. Ci abbracciammo e mi accompagnò dove aveva il forno. Siediti Limpio che devo preparare il pane per Redento. Era il Matot che avevo conosciuto fuori, mi salutò come un vecchio amico e riprese a far fischiettare i canarini. Bastianin riprese a posare le pagnotte sull’asse con la tela ,aveva una rapidità che già conoscevo per averlo visto lavorare nel forno a Ualaddaie. Mentre si muoveva veloce tra le assi posate su cavalletti : ‘tlo pii ‘n cafè ? o, prima foma colassion ,mi l’è da doi bot dè stanot che scorat (è dalle due di stanotte che corro) però sono contento perché lavoro per me. Mi piaceva sentirlo parlare, con la cadenza Turinèisa  e il raccontare gioioso esprimeva felicità e la trasmetteva. Venne Magna Cichina e ci presentò :
Chiel l’è Limpio ,soma stà soldà ansèma, e chila l’è magna Cichina ,la sorela d’la mama l’è la nostra banchéra e socia in affari, sènsa chila saria pà riéssì a dorbe sa panetteria! (Lui è Limpio,siamo stati soldati insieme,e lei è zia Franceschina.la sorella della mamma,è la nostra banchiera e socia in affari,senza di lei non sarei riuscito ad aprire il forno.
 Era una bella Signora con i capelli chiari raccolti in un chignon e un vestito signorile  che frusciava quando si muoveva. L’on gità ‘s matèt parèi  fon co cheicòs mì.(Ho aiutato stò ragazzo,così faccio qualcosa anch’io Bastianin mi aveva raccontato che magna Cichina era rimasta vedova giovane e non aveva figli.
Corse a guardare nel forno dallo spioncino e rapido prese la pala per sfornare. Aprì entrambe le parti della porta di ghisa e con gesti morbidi ma felini estrasse sei biove robie (ramate ,ben cotte) e fumanti. Per qualche momento non parlò più,concentrato a manovrare la pala riempì la prima ghirbina di Redento che attirato dal profumo era rientrato per assistere alla sfornatura, con le piccole mani dietro la schiena si pose a debita distanza e assistette in silenzio al rito lanciandomi qualche occhiata come a dire : Che bravo e che abilità !
Il religioso silenzio si mantenne per la successiva infornata di tirole,erano tutte lunghe uguali e gemelle anche nella somatica dovuta alla lievitazione al pezzo , il taglio aveva prodotto leggere onde e increspature. Bastianin le scopriva e riverente con due mani ,quasi trattenendo il respiro le spostava e incolonnava sulla pala lunga. Redento interruppe il silenzio e con la sua voce stridula : èiro beutti quandi er brèn? Intendeva la crusca  per far scorrere i pezzi . Era così rapido che il gesto per spargere il brènn sulla pala era sfuggito a Redento. Io l’avevo notato e risposi per Bastianin” o ra bitòro sta tranquil!Senza parlare Bastianin prese una pessià (Pizzico) di crusca sul tavolaccio e tra uno spostamento di una tirola e l’altra la spantiò (sparse) sullo spazio rimanente gettando un’occhiata di intesa a Dento . Questi sorrise felice e tornò a seguire le mani e i piedi del fornaio in quei gesti che ti rapivano e incantavano. Quando ebbe infornato, Dento sospirò.
 Bastianin andò al “gaross”(bigoncio di legno) dell’acqua e si diede una sciacquata al viso e si asciugò ravviandosi  i capelli , risistemò la bustina bianca da panaté e fregandosi le mani ci invitò a prendere la fetta di pane con il formaggio ammorbidito dal calore. Il grammofono suonava una canzone di Gigli ”Mamma” , negli occhi di Bastianin  lessi la gioia di vivere e l’emozione mista a felicità per l’essere con gli amici. Chiamò la zia e la sorellina e brindammo con un Pelaverga che aveva il profumo dei fiori e sapeva di spezie. Redento salì su di un sacco e disse “viva j’amis e viva èr forn èd Bastianin.” Quasi a presagire il richiamo alle armi Bastianin sommessamente : “Speroma che la salute e la guèra an lassa andé avanti” e andò a girare il disco che riprese a suonare “Una furtiva lacrima”.
Ad Agosto del 1939 ci incontrammo nuovamente ,io e Bastianin, questa  volta non nel Pastin ma in Caserma al 4° Reggimento Alpini con la qualifica di “conducenti”. Fummo insieme in Albania ,insieme in Russia. Vidi ancora Bastianin “ballare” per infornare e sfornare , lo vidi “ballare “ in un Isba di Rossosch al suono di un’armonica,poi sentìi solo più cantare “mamma” ,era Bastianin .Ci perdemmo in una distesa bianca come la farina  , mi risvegliai, la ragazza russa ballava da sola ,aveva gli occhi di Annetta. 

Il 10 agosto 1939 fu una data che lasciò il segno nella famiglia Trèdì. Bastianin era uscito a guardare le stelle, dalla porta del Pastin di Verduno vide alcune stelle cadenti e sorrise pensando alla scaramanzia dei desideri. Ne aveva espressi tanti in cuor suo ma l’importante era procedere bene nel lavoro e pensò a Maria di Barge compagna di lavoro di Anna, doveva decidersi ad esprimerle il suo sentimento. Erano le quattro di mattina e la compagnia del fuoco del forno e dei canarini gli rendevano meno faticosa la notte.
Arrivarono presto alcune donne a cuocere e iniziò la giornata scherzando con qualcuna che gli chiedeva quando avrebbe preso moglie. Era solito dire che aveva troppe donne che lo coccolavano e lo facevano ballare per decidersi a sposarne una. Ma quella mattina, iniziata con tanti auspici di gioia, serenità e allegria, verso Mezzogiorno, con l’arrivo di Luigi,il fratello più giovane, si trasformò in un terremoto che avrebbe cambiato la vita di Bastianin, Annetta e Zia Cichina, unitamente al paese di Verduno che avrebbe dovuto trovare un altro Panaté. Luigi recava un telegramma con la dicitura “ Borri Sebastiano è richiamato alle armi per esigenze eccezionali ai sensi del foglio n°9863. Deve presentarsi al Distretto per aggregarsi al 4° Reggimento Artiglieria alpina di Mondovì il giorno 21 Agosto 1939”. Per sdrammatizzare, e consolare la sorellina Bastianin disse: “oh bin, von a fé an poche éd ferie!”
Nel giro di pochi giorni smantellarono la panetteria e consegnarono le chiavi e la licenza del forno in Comune.
Bastianin andò dai Carabinieri per informarsi meglio circa il richiamo alle armi, ma quando vide la ressa davanti alla caserma capì che tutto era chiaro, Mussolini ne aveva combinata un’altra delle sue. Vide parecchi padri di famiglia che protestavano perché dovevano abbandonare moglie e figli per tornare a “servire la Patria”. Loro avevano gia servito la patria e soprattutto non volevano andare in guerra.
Non ci fu nulla da fare. Si salutò la famiglia in lacrime, si depose l’abito nuovo da “borghese” e si partì.   
VERDUNO
LETTERE DI BASTIANIN
Dintorni di Valona 06 Febbraio 1941

Carissimo fratello Felice, Giungo a te con questo povero scritto, sono Sebastiano nella foto vestito in borghese. Ti faccio sapere che sono in ottima salute come spero di te. Mi ha fatto piacere ricevere la tua cara lettera con la foto che mi ha fatto contento. Hai fatto bene a “cimentare”(riprenderlo) padre e avete fatto bene a comprare la radio. Ah se potessi farvi avere mie notizie via radio! Ah se potessi parlarti a voce, avrei tante cose da raccontarti! I Greci mi hanno preso una volta e io sono fuggito però ho perso tutto il mio corredo  e zaino. Ma è andata bene, ora i miei superiori mi daranno nuovamente tutto. Forse adesso faremo parte della Divisione Julia, per ora l’indirizzo è sempre il solito fino a nuovi ordini. Cosa mi rincresce “dispiace” è che sono morti dei miei amici di Sommariva: Tista, Perot , il Borgno, il Naco e altri ancora!
Abbiamo pianto pensando ai loro genitori! Ci facciamo coraggio, tutto passerà. Io comunque sono sempre contento e fiero di combattere. Caro Felice, non preoccuparti per me che io per ora sono fuori pericolo e tutto mi è ancora a favore. Qua tutti i santi giorni piove e quando al mattino esco dalla tenda e prendo le scarpe sono piene di acqua! Ci sarà anche fango attaccato a queste pagine! Compatiscimi per il mal scritto ma sto scrivendo  sdraiato per terra. Guarderò se posso scrivere da un po’ più comodo, e mi farò prendere una foto e te la invierò. Capisco  che sei  preoccupato per me ma per ora non si può esprimere questa idea (basta con sta guerra )Tutti i santi giorni arrivano militari dall’Italia.
Che bello se fossi stato a casa anche tu quando ero in licenza per 10 giorni, sì che  ci saremmo divertiti!
Arriverà anche quel beato giorno!
Capisco che il Padre potrebbe anche scrivere ma ci vuole tempo e spero che almeno mi pensi. Purtroppo questo è il suo carattere. Ti invierò qualche soldo perché a me ne rimangono  sempre piuttosto e spero che li riceverai. Ritiro dalla naia 8Leh al giorno che sarebbero 10 Lire Italiane e vedrò di inviarne qualcuno alla mamma e voglio sperare che se Padre lavora non li useranno e  li terranno per quando torno a casa se Dio vorrà. Così li useremo e faremo fare bella figura a tutta la Famiglia. Se posso qua in Albania mangio bevo e fumo anche per non  prendere la malaria, e cercherò di non fare patire questo mio corpo per fare bella figura .Ti pare faccio bene? Caro Felice cosa ne dici? Se Dio vuole verrà di nuovo il giorno che saremo nuovamente insieme e potremo farci le confidenze! Che felicità per me! Lascio la penna con (rincrescimento) dispiacere  caro Felice e  mando una pioggia di baci sul tuo bel viso ,saluti ai genitori , ai fratelli e a Annetta. Tuo affezionatissimo fratello Sebastiano



25 10 1942
Carissima sorellina Anna e pure a te cara mamma,
dopo un mio lungo silenzio eccomi di nuovo a voi con notizie che la mia salute è sempre stata più che ottima  e così pretendo e auguro a tutti voi. Sentite cara sorellina e mamma, è da tempo che era mio desiderio di parlare un pochettino con voi che siete miei primi fedeli, ma la colpa non è tutta mia e ora ve lo spiegherò. A causa di tutti questi passi che ho fatto per andare avanti ed ora pure mi trovo indietro e ho perso lo zainetto dove tenevo la carta per scrivervi. Ed è per questo che mi trovavo sprovvisto di lettere per scrivervi. E siccome oggi ho ricevuto da te ,e comprendimi,non solo uno scritto ma bensì tre :una da te una da Felice e una da Maria di Paesana. Siccome mi trovo molto indietro dal fronte e questi vostri scritti prima di venire a me se ne vanno alla Batteria. Come ora vedi cara Anna che ho cambiato indirizzo e così ero privo di vostre buone  notizie. Mi fa molto piacere saper che a casa tutto sta funzionando bene e vi voglio dire alcune cose che so vi faranno piacere. Di nuovo mi trovo in un bellissimo paesetto dove questa gente Russa è ancora molto di cuore. E così già ci siamo sistemati e questo è importante. Il mio Comandante mi ha preso in grazia e quando gli ho detto che ero panettiere ,lui si è interessato e mi ha fatto avere un forno in questo bel paese ed ora sono già 15 giorni che preparo il pane per i soldati. Faccio come mi pare ed è come essere a lavorare per conto mio,nessuno mi dice niente. Lavoro da solo e non ho mai trovato un posto così piacevole. Il mio grande desiderio sarebbe di essere con voi,ma credetemi per star bene non mi sono mai trovato meglio di qua. Queste donne mi portano uova e miele e lavorando sono al caldo. D’ora in avanti spero di poter ottenere qualche foglio e busta per potervi scrivere  più sovente. Se volete inviarmi un pacco, fatemi avere anche dell’inchiostro stilografico e qualche busta. Sappiate che sto bene e fatemi avere vostre notizie. Grazie cara Anna per tutte le lettere che hai incluso, in due c’era foglio e busta in un’altra francobolli e una medaglietta. Anche Felice dice che si trova bene e mi ha detto che vi invia Lire 500.Anch’io appena ci sarà miglior comodità vi invierò qualcosa. Sentite miei cari, se non li adoperate metteteli da parte  al sicuro ,così quando torniamo potremo tutti insieme camminare a testa dritta e ce ne freghiamo di tutti quei parenti ignoranti ed imbecilli.






Giovedì 24 9 42
Salve carissima sorella e mamma,vi rendo noto che ho ricevuto questa mattina la lettera inviatami il giorno 13. Sono molto contento che mi dite che state bene e pure io sto bene. Ho ricevuto altri vostri scritti ma ero in marcia e non ho potuto rispondere subito. Ma state certi che le vostre lettere non vanno perse e mi fa piacere di sentirvi sovente .Ho ricevuto anche da Felice e ho saputo che anche lui sta bene. Sentite,finalmente proprio oggi sono arrivato nel posto vicino al fronte. Mi trovo in un bel posticino lontano dal pericolo, anche se sento il rombo del cannone. Carlo Strumia si trova a quattro chilometri da qui , è poco che ci siamo visti e anche lui sta bene. Bravi ,cari miei, avete fatto benissimo a ritirarmi per bene il mio tanto desiderato vestito da borghese. Così spero che al mio ritorno potrò indossarlo. Sono anche contento che padre fa il bravo e che anzi vi lascia un po’ di granoturco. EH sì ,cara sorellina,sarei felice di essere lì vicino a te ,e ti sopporterei anche se mi facessi ben disperare. Lo so che abbiamo passato dei bei giorni insieme ascoltando quella bella radio e che pure per me è un gran desiderio di esserti  di nuovo vicino,cara Anna e miei cari. In ogni modo finirà. Io sono contento ugualmente anche se sono qua, lontano da voi tutti ma ben vicino con il cuore e fiero di essere in gradi di affrontare qualsiasi ostacolo.Senti cara sorella,se aspetti me ad uccidere l’oco ,poi viene un po’  duro! Ma si mangia lo stesso.
Ti ringrazio delle Benedizioni che mi mandi ,ti ricompenserò poi al mio ritorno. Pure io sono del tuo parere, che quando si riceve posta da voi tutto è più fiorito. Il mio unico dispiacere è che non posso più avere nessun divertimento , qui non so neppure quando è festa! Non ho neppure fatto gli auguri a Maria di Paesana non sapendo se in questi mesi era il suo Onomastico.
Stai contenta cara sorella e non lacrimare e se vuoi pregare fai bene. Sono pure contento dell’immagine della Madonna che mi hai inviato,la custodisco! Scusatemi ancora cara Anna e cara mamma se vi scrivo un po’ male ,ma sapete che mi manca la sedia e il tavolino. Domani nuovamente vi parlerò ma ora devo smettere perché già viene notte e debbo ancora andare a prendermi un po’ di paglia per dormirci sopra.
Ciao a tutti dal vostro Sebastiano. Pure sono contento di te cara mamma che mi ricordi Ciau.