venerdì 4 agosto 2023

 

BOGETTI GIUSEPPE- BOGETTI ANGELO- BOGETTI CAMILLO- BOGETTI AURELIO  quattro FRATELLI Caduti nella guerra mondiale 1940 1945



ONORIAMO LA MEMORIA DEI QUATTRO FRATELLI BOGETTI DI CHERASCO CADUTI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE 1940 / 1945


BOGETTI GIUSEPPE DI MASSAZA CELESTINA e ANTONIO                 CHERASCO  il 29/06/1916

Contadino

DIV ALPINA JULIA 9^ RGT

SERG. MAGG.: M. CHIARISTA (Albania) il 30/12/1940

 

BOGETTI ANGELO DI MASSAZA CELESTINA e ANTONIO

                         CHERASCO (CN/I) il 11/07/1920

Contadino FFAA Regie

DIV ALPINA CUNEENSE 306^ SEZIONE Sanità

SOLDATO URSS il 07/01/1943

BOGETTI CAMILLO DI MASSAZA CELESTINA e ANTONIO                     CHERASCO il 10/12/1922

Contadino

DIV ALPINA CUNEENSE 4^ RGT ARTIGLIERIA

SOLDATO URSS il 31/01/1943

 

 

BOGETTI AURELIO DI MASSAZA CELESTINA

e ANTONIO CHERASCO il 04/03/1925

Manovale   CVL

II DIV BRA 45^ BRG

LA MORRA (CN/I) il 29/08/1944

 

 

giovedì 3 agosto 2023

 

CAPRA CARLO ALPINO 1921 a SINIO racconta  





https://youtu.be/_OG6AU1uNJU    

In Russia :15 giorni in treno e dieci a piedi

Partii soldato il 10 Gennaio 1941,andai a Mondovì e fui arruolato nel Battaglione Mondovì-11°a Compagnia del 1° Reggimento alpini. Facemmo l’addestramento a Mondovì e i campi a Vinadio, l’anno successivo, il 2 Agosto 1942 ci trasferirono in Russia. Mi avevano messo nei Conducenti muli e me ne fu assegnato uno che era speciale!. Partimmo il due e arrivammo il 17 Agosto. La destinazione era il Caucaso, poi arrivati in Russia ci fecero camminare più di dieci giorni in strade sterrate con “in povrass e gnènte da bèive!”(un polverone! E niente da bere!).Con questa marcia arrivammo dove eravamo destinati: “ansìma ar Don”(sulle rive del fiume Don) . Io e il mio mulo fummo scelti per andare al Comando di Divisione.

250 muli e 250 uomini

 Un Colonnello ci disse, indicandoci la stalla accampamento, “stalì, fin co fioca nèn a rè ra vostra cà e non avete nulla da fare, ma preparatevi,perché quando nevicherà”r’ avrèi da voghe cheicòs!” Allora noi abbiamo scavato “dii boch”(delle fosse nella terra ) e ci siamo scavati la cucina sottoterra. Eravamo in un capannone dove c’erano 250 muli in una metà,nell’altra metà dormivamo noi soldati conducenti muli. Per dormire ci preparammo delle brande con del legno recuperato nei boschi e dei rami ,sui quali mettemmo un po’ di paglia. Quando venne il freddo, pur nel capannone”con 500 bestie “antra noi e i mù ,er fià o iéra tut giasà” .

Sedicimila miche ‘d pan

Con i muli si andava a caricare “ra roba “ai magazzini e la portavamo alla Sussistenza , qui producevano 15 16 mila Miche ‘d pan” che poi altri muli portavano in linea. Noi ,con il Comando Divisione eravamo un po’ lontani dalle prime linee,tuttavia se avessero voluto bombardarci avrebbero potuto benissimo. Ci passavano sopra con gli aerei e lanciavano dei manifestini che dicevano:” Non consideriamo nemici gli Italiani,arrendetevi o sarete annientati!” Ma chi elo co và a arèndse!? “Mi comandava nèn e fova cos chì im divo i Comandant!” (Ma chi è che va ad arrendersi!? Io non comandavo,e facevo cosa mi dicevano i comandanti!).

I ran sarane lì

Verso il 17 Gennaio iniziò la ritirata,prima ci fecero andare sulle rive del Don, poi tornammo indietro per 4 giorni e non incontrammo nessuno , poi trovammo i Russi e ci fu un combattimento “da ra matin fin ché o so o rè andà sota! Iè  staie tanti ‘d sì mort e frì che…roma lassaje lì neh!,voti ch’ìi porteisso andoa? An tristèss tèmp da dré son rivane a col! I ran sarané  lì! (dal mattino fino a che il sole tramontò, ci furono tanti morti e feriti e li lasciammo lì poichè non sapevamo dove portarli! Nel contempo arrivarono i Russi anche da dietro e ci furono addosso, ci chiusero lì!) Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajevka c'è una sanguinosa battaglia, per aprirsi un varco nello sbarramento sovietico: muoiono dai quattro ai seimila soldati

 C’era tutta la Divisione e fu in quel momento che il Generale bruciò la Bandiera italiana! Radunò i comandanti ,e ai ufissiai ch’o rava antorna “ disse “ Oramai soma pèrdu, arangéve se pori!”

Son campome ra cuverta an spala e son andò…..

Vigin do Scairòt, fìi èd Michel do Scairòt” ò  iéra mè cusin!(era mio cugino”)lui era nella decima Compagnia e io nell’11a “soma sempre stò ansèm! Ci dicemmo” non perdiamoci, tanto dobbiamo stare prigionieri e non c’è null’altro da fare!” Detto questo volle andare ancora fino dai muli , nel mentre “ ii ruvlo pà er mè Tènènt  che era di San Michele Mondovì, con il Tenente Gatti di Bossolasco “ch’om fa < andoma Capra ,bèica gnènte!” (andiamo Capra non aspettare niente) ,mi buttai la coperta in spalla e partìi con loro,” Mè cusin è rò pi nèn vistro e ò rè pi nèn tornò a cà!” Mio cugino non l’ho più visto e non è più tornato a casa! Passammo davanti a un campo e camminammo tutta la notte “o iéra ed neut, sednò in brusavo! Era di notte , e non ci potevano vedere, altrimenti ci avrebbero sterminati!) In quella notte le mitraglie dei Russi “son avnie rosse, da ra forsa ch’ ì sparavo!” Sono diventate incandescenti per lo sparare. Al mattino abbiamo trovato dei Tedeschi, loro avevano ancora le armi, le slitte e tutto.

R’ispirassion a ra torna salvame!(L’ispirazione mi ha salvato!)

Gli ufficiali ci dicono di andare presso delle case per scaldarci e asciugarci un po’ poiché eravamo “gelati”! “Scapiss,ravo marciò tuta ra not antra fioca! Certo, avevamo camminato tutta la notte nella neve!”.Comunque, sti Ufficiali ci dissero anche “ chi vuole venire bene,chi non vuole vada, perché non sappiamo se facciamo bene o male a fermarci”.A mì, an tèss moment ié vnime n’ispirassion: fatt, èt vèii nèn,son nen andò! In quel momento mi venne un’ispirazione, fatto,non fermarti, e non andai” Non riuscirono ad arrivare dalle case perché uscirono dei carri armati Russi che iniziarono a sparare,”bonòr” (fortuna) che vedendo un gruppo di Tedeschi ,deviarono il fuoco su di loro! Tuttavia vidi ancora il mio Tenente e il Tenente Gatti,ma d’iatri è rò pì nèn vist gnun! (ma degli altri che andarono verso le case non vidi più nessuno!)

Soma restò antra doi!(Siamo rimasti in due!)

Quando i Russi si allontanarono per inseguire i Tedeschi, mi sollevai dalla neve e vidi che eravamo rimasti solo io e un Capitano cappellano militare, questi mi dice: “stoma sì ,mi ìi dag na Benedission a sì mort e po’, pì ché sté pèrzoné jè nèn a fé.(stiamo qui,io impartisco una Benedizione a questi morti e poi non c’è altro da fare che farsi prendere prigionieri).

In lontananza si vedevano dei movimenti e gli dissi:”Io voglio raggiungere quel posto laggiù, se sono Russi pace, se sono Italiani mi aggrego!”Mi avviai da solo e il Cap.Cappellano rimase là. Laggiù, trovai gli Alpini della Tridentina della Julia,

j’ero Italian! Èti capì?(erano italiani! Hai capito?). Dopo sei o sette giorni ritrovai nuovamente il Cappellano che mi disse;

Ho fatto la strada che hai fatto te!

La Tridentina era ancora in forza, i suoi alpini avevano ancora le armi,quelli della Julia un po’ meno. Noi rimanemmo sbandà con la Tridentina e la Julia. Presso questo Reparto ritrovai tre miei compagni: uno di Limone uno di Frabosa , e uno di Monasterolo. Con questi trovammo un mulo con la slitta, era di un Alpino mort srà- gelato.

Coraggio ragazzi ,siamo fuori!  

Il 26 gennaio 1943 è una data sacra per gli Alpini: è il lunghissimo giorno in cui, dopo dieci giorni di marcia nel gelo della steppa ucraina, riuscirono a sfondare la linea nemica al ponte della ferrovia di Nikolajewka e a uscire dalla sacca in cui si erano trovati rinchiusi. È una battaglia di un'epica antica, rivestita di follia e di coraggio. Nuto Revelli

Marciammo fino alla fine della ritirata ma dovemmo ancora passare attraverso una battaglia che fu durissima. Ricordo che bombardavano e c’era il Generale del Corpo d’armata che “dricc o braiova: coraggio ragazzi che siamo fuori!”. Passammo attraverso un paese di case fatte di paglia, buttarono un po’ di bombe incendiarie e queste presero fuoco, così potemmo andare oltre. Camminammo ancora due giorni e arrivammo dove c’era il treno. Io iniziavo avere i piedi congelati e mi andò bene che salii sul treno! Laggiù, almeno, mangiavamo patate e rape, sul treno nessuno ci dava niente! Arrivammo in una stazione e trovai uno che aveva “na mica ed pan” gli chiesi quanto voleva ,mi disse che non voleva soldi ma vestiario. Avevo due maglioni, me ne tolsi uno e lo scambiai con la pagnotta di pane.

In Ospedale a Varsavia

Arrivammo a Varsavia dove ci portarono in Ospedale e rimanemmo 8 giorni, ci tagliarono le scarpe e ci medicarono i piedi congelati.< O rè lì chi ran rancame r’onge dii dì di pè!> Sènsa anestesia! Per questo intervento ,ricordo che impallidìi, ma per farmi riprendere un infermiere mi buttò dell’alcool an trà schina,Sì che son arpiame lì! Da Varsavia siamo venuti in Italia,eravamo tutti senza scarpe, ci fasciarono i piedi con delle pezze di coperta militare.

Un Colonnello propi Marì!(proprio cattivo!)

Mi portarono in Ospedale a Sant Eremo in Colle in provincia di Bari .Ci rimasi finché non fui guarito , poi mi mandarono a casa in convalescenza. Dopo settanta giorni andai a Savigliano presso l’Ospedale militare per la visita di controllo. Trovai un Colonnello medico “propi marì!”proprio cattivo. Mi indicò un soldato al quale avevano tagliato tutte le dita dei piedi e mi disse: “Vedi questo? Lui è congelato “e tì trèi gnente! (tu non hai nulla).Mi diede quattro mesi di Categoria “Menomato” per cui non potevo andare nelle compagnie operative. Contento ,perché speravo di rimanere a Mondovì in magazzino, dopo 4 giorni fui spedito a Monza in una Caserma presidiaria del 5° Reggimento Alpini. Qui, tutti gli Ufficiali erano dei richiamati, e si stava bene, non si faceva nulla. Il mio Tenente era un Avvocato di Milano” in brav’om chiellà! “un bravo uomo!”.Quando si giunse all’8 Settembre , cominciammo vedere le tradotte che portavano militari in Germania e il Colonnello non voleva che lasciassimo la caserma! Noi dicevamo:”Iste, adèss da na man,i vèno sì,in pio e in porto an Germania!”(sta’ vedere che adesso vengono i Tedeschi e ci portano in Germania!).  Chiesi al mio Tenente” ma cosa antlo fé sì?”(Cosa bisogna fare?) lui mi rispose “Fa’ mac che scapé, po scap co mì!”Era proprio uno bravo,mi disse ancora “se vieni denunciato per diserzione io ti difendo per niente!”

Nuovamente in cammino

Al mattino scappai con uno di Alessandria e uno di Genova. Scappammo attraverso i campi e andammo da una famiglia in campagna e ci diedero degli abiti da borghesi. Andammo a prendere il treno a Milano e nonostante ci fosse pieno di Tedeschi non ci dissero nulla poiché non eravamo vestiti da militari! Sul treno ,i ferrovieri ci consigliarono di scendere prima di Alessandria poiché c’era il posto di blocco. Scendemmo prima e riprendemmo a camminare attraverso i campi finchè non ci trovammo a dover attraversare il fiume Tanaro. Ci indicarono una famiglia che aveva un navèt ,senonché ci dissero che “Tane o rava portairo via!”,ci mostrarono un guado dove erano già passati altri e seguendo quello di Genova che sapeva nuotare,andammo sull’altra riva. Con il treno arrivai alla Stazione di Barbaresco,da lì ,a piedi salìi in Como  e poi an Borine ,finalment a cà, “Dop d’anlora son mai pì scapà da ca!

La figlia di Michel der Castlé venne a chiedermi per sapere di suo marito e non voleva credere che fosse arrivato in Russia e non tornato ! Suo marito era nella Compagnia dei Complementari . Mi ricordavo che quando scendemmo dal treno gli portai lo zaino ,poi io andai da un’altra parte, inoltre, quando arrivammo noi la ritirata era già iniziata da un po’! Chissà dove era finito suo marito!

Anta trovése ant coi moment là! (Bisogna trovarsi in quelle situazioni!)

Quando ci dissero “si salvi chi può” e ci eravamo già avviati in 25 o 30 , arrivò un colonnello e non voleva che andassimo, cercava quelli della Cuneense e ordinava di rimanere! Siccome però si era capito che rimanere in coda voleva dire essere presi dai Partigiani Russi, nessuno lo ascoltava. Successe che arrivarono due aerei a mitragliare e avreste dovuto vedere quel Colonnello come scappava!! E i militari che gli urlavano:” perché non stai in coda con la Cuneense?” Dovevate sentire “con chi iero arvirà!”, perché ….anta prové a trovése ant coi momènt là!” (come erano arrabbiati ! perché bisogna aver provato quelle situazioni!!)

Dopo 10 giorni di ripiegamento e 200 chilometri di marce, morirono 13990 Alpini (di cui 390 ufficiali) su 20.460 Alpini (17460 + 3000 dei Battaglioni Complemento) qual'era l'organico della Divisione Cuneense.

 

                      


mercoledì 2 agosto 2023

 


BOSIO GUIDO ROMAN TREISO 1919

https://youtu.be/soZ5yyXjjZ0            

 





 ALPINO DELLA JULIA 


Guerra di Francia ,Grecia Albania, Russia Germania fino a 30 anni e poi….. Trifolao

 È  passato tanto tempo, da quando fui chiamato alle armi come soldato di leva negli Alpini, ma son ricordi terribili che ho ben chiari nella mente. Fui inviato a Chiappera, ma la guerra con la Francia durò poco, quindi fui inviato in Grecia dove, ferito, stetti due mesi in Ospedale. L’ispettore che venne a valutare i feriti mi ritenne idoneo a combattere e così andai nuovamente al fronte. Preso prigioniero dai Greci fui internato per dieci mesi in un campo all’isola di Creta. Ci liberarono i Tedeschi e ritornammo in Italia. Rimasi poco a casa e subito andai in Albania, da lì attraverso la Germania mi spedirono in U.R.S.S.. Per raggiungere Rossosch, sul fiume Don, camminammo dei mesi. Da Agosto arrivammo che già nevicava. Noi avevamo i muli, invece i tedeschi erano motorizzati e ci schernivano superandoci ma il nostro Generale ci faceva coraggio! Era il Generale Emilio Battisti

Sul Don, con temperature a meno cinquanta gradi, tenemmo testa riuscendo anche a prendere quattordici prigionieri, ma i Russi sfondarono il fronte della Fanteria e dei tedeschi.

I Morti erano come Foglie!

A quel punto ricevemmo l’ordine di arretrare di trenta chilometri. Io dissi al mio Tenente “tutte balle, io sono già stato preso prigioniero una volta!” e infatti furono paracadutati i militari e dovemmo combattere con la baionetta! Si trattava di superare un ponte che era controllato dai Russi e ormai c’era una grande confusione. Senza comando, io raggiunsi l’altra riva passando sotto i proiettili, mi andò bene. Ebbi la fortuna di trovare una “Borla”(ammassamento di grano) e decisi di crearmi un riparo togliendo un po’ di “cheuv”(covoni), mi infilai e stremato mi addormentai: Fu la mia salvezza. Quando mi svegliai e uscìi allo scoperto, la battaglia era finita, di tre Compagnie aveva resistito solo la Tridentina. La Julia e la Cuneense erano state decimate i soldati uccisi o presi prigionieri, pochi riuscirono a salvarsi. I “mort jero pei dèr fojach”(I morti erano come fogliame!”) I miei compagni mi avevano chiamato ma io dormivo e non li sentìi! Mi aggregai all’Artiglieria Alpina della Tridentina e raggiunto un villaggio che stava bruciando mi riparai in un’isba(capanna Russa) e recuperai un po’ di miele, del tabacco e una borraccia di liquore all’anice. Per scaldarmi, mi tolsi gli scarponi, ma quando fu l’ora di ripartire non riuscivo più ad infilarli, allora massaggiai i piedi con la neve finchè “ro faje desgonfiè!(li feci sgonfiare!) mi infilai gli scarponi e pur soffrendo non li tolsi più fino a Karkov dove salìi sul treno. Camminai procedendo nella steppa con la neve e la “tormenta” e ogni venti chilometri circa trovavamo un villaggio o abbandonato o con rischio di trovare partigiani. Lungo il percorso incontrai uno di Treiso che era meccanico dell’Aviazione, era Amilcare Perno padre di Michele.Anche lui riuscì a tornare  a casa, ma quando ci trovavamo eravamo stupiti di essere scampati a quel terribile inverno-inferno! Durante la marcia sentìi uno che diceva di essere di Treiso, non avendolo riconosciuto poiché “jero anti ne stat pietos!” (eravamo irriconoscibili!), Barba lunga “con doi dia èd giassa!”( con due dita di Ghiaccio!), gli chiesi chi fosse e mi disse essere Castellengo, era un mio vicino di casa. Gli dissi “bèn io sono Bosio”, ci abbracciammo e procedemmo insieme senza più lasciarci. Ci facemmo coraggio e superammo parecchie batoste. Una sera volevamo entrare in un’ isba ed eravamo cinque alpini e noi due. Visto che cinque tedeschi non ci volevano fare entrare sfondammo la porte e puntando il moschetto feci alzare loro le mani. Capirono che eravamo decisi a tutto. D’altronde se non facevi così i tedeschi ti lasciavano morire, se ti aggrappavi ai camion ti colpivano le mani con i fucili!

Tu devi morire in Russia!

Abbiamo vissuto e visto situazioni di una violenza a cui non si può credere,eppure ne sono uscito e sono qui a raccontare. Ogni tanto mi torna alla mente la maledizione che mi lanciò un capitano che mi odiava: “Tu devi morire in Russia!”,ben, non so che fine ha fatto lui ma io me la sono cavata. Io e Castellengo, con altri abbiamo camminato per mille chilometri, abbiamo aiutato dei contadini russi a “ranché èr patate”(a raccogliere le patate) e in cambio ci hanno sfamati, abbiamo fatto i muratori e abbiamo avuto miele.

Da Karkov viaggiammo ancora in treno per una settimana e ogni due persone ci diedero una pagnotta e una scatola di carne. Quando tornai mi raccontarono di quanto era successo qui tra tedeschi e fascisti e partigiani, venni a sapere delle atrocità eseguite e ne fui addolorato. Ricordo che ritornai ad Agosto e il giorno 15 mi invitarono a Treiso, avevano messo il ballo a palchetto e si ballava, però quando mi raccontarono che  tre dei Fratelli Ambrogio erano stati trucidati, perché traditi da una spia che fece seguire il fratellino più giovane venuto a portare qualche mela ai fratelli, presi la strada di casa e mi ritirai a piangere. Ne ho passate tante e nella mia lunga vita ho avuto modo di vivere tante soddisfazioni: la famiglia, il lavoro, anche “ranché tante trifore” (trovare tanti tartufi) ma le atrocità della guerra non ho potuto dimenticarle.                

martedì 1 agosto 2023

 

CHIARLE FEDERICO MARIO 1920 Cossano Belbo Borgomale 3 gennaio 2016


   https://youtu.be/LdlYh0caOgA    


Partii per la Russia da Savigliano, arruolato nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina 113a Compagnia Borgo  San Dalmazzo,  il 29 giugno del 1941 alle 13- 13,30. Impiegammo sei notti e sette giorni di treno, passammo a Vienna, poi in Jugoslavia,Ungheria, Romania e giungemmo in Ucraina percorrendo 2700 chilometri. Rimanemmo accampati una ventina di giorni sotto le tende, poi ci trasferirono, a piedi  a Dnipropetrovs’k( la città di Petrovska sul fiume Dnipro) in casermette diroccate. Quando giunse l’inverno il termometro segnò 43 gradi sottozero. Nei villaggi vi erano solo donne e anziani, i giovani erano tutti a militare. Noi  avevamo il compito di pattugliare e vedemmo i carri armati russi che attraversavano il fiume Don ghiacciato senza che si rompesse. I vecchi dicevano che il ghiaccio del fiume aveva uno spessore di un metro. Il freddo era insopportabile, venivano accesi dei fuochi per scaldarsi e per sciogliere un po’ di neve pressata dentro il gavettino, si ottenevano così due dita di acqua da bere. Bisognava sempre procedere a testa bassa nella tormenta poiché la neve scendeva copiosa e trasversale ghiacciando negli occhi e nella barba. Occorreva staccare i ghiaccioli dalla barba e dai baffi. I militari italiani pativano il freddo poiché non erano equipaggiati. I russi avevano giacche e pantaloni imbottiti, stivali di cuoio isolati con il sughero e gambali anti acqua. I loro copricapo lasciavano liberi solo gli occhi e proteggevano anche il collo.

Patimmo il grande freddo e la fame. Veniva distribuita una volta al giorno un po’ di pasta mezza cruda e scondita.

Anche per noi che pure eravamo distanti dal fiume Don, e in fondo alla “sacca”, fu terribile quando dovemmo ritirarci per uscire dal “ferro di cavallo) che i Russi avevano organizzato. Crearono un ferro di cavallo di uomini e mezzi  che si chiuse sempre più fino a imprigionare e ad annientare le Divisioni italiane tedesche ungheresi e rumene. Queste furono annientate!

 Era il 2 febbraio 1943 e i cucinieri avevano preparato un fuoco per cuocere un po’ di pasta. Stavamo tutti attendendo lo scarso rancio quando arrivò un Maggiore di Milano che ordinò di avviarci poiché vi erano i russi a venti kilometri che stavano serrando con una manovra che ci avrebbe chiusi. Si partì in grande fretta lasciando la marmitta da campo sul fuoco. Fortunatamente intraprendemmo la direzione giusta e procedendo attraverso l’Ucraina, qualche giorno prima del 19 Marzo San Giuseppe raggiungemmo  la Polonia . Rimanemmo in questi campi di raccolta fino al 27 Marzo.

LA PAROLA GUERRA BISOGNA “APPROFONDIRLA”

Si fa presto a dire la parola Guerra, è come dire “Pane”, ma occorre approfondirla, spiegarla meglio. Io ci vissi dentro, per ventitre mesi fu sempre”guerra”. I russi nelle notti, ci lanciavano degli involucri spinosi che illuminavano come fosse giorno e potevi vedere anche le lucertole. Dopo queste lampade arrivavano i caccia a bombardare. Una notte durante un bombardamento ci nascondemmo in uno scantinato(in Crotinon).Rimanemmo stipati(tuti riss)accucciati per tutta la notte. Sentimmo cadere le bombe tutt’attorno ma sopra di noi non cadde nulla. Al mattino uscimmo e ci trovammo di fronte un paesaggio apocalittico: pali della luce che bruciavano, muri  e case crollate con dei fuochi. In quello scenario apparve un tedesco che mi chiamò:< Kamarade! > Io gli chiesi cosa volesse e mi fece segno di andare da lui . Quando fummo di fronte, in perfetto italiano mi disse:<Bisognerebbe prendere Mussolini e Hitler farne un fascio e dopo averci versato sopra della benzina appiccare il fuoco!> Capii che era dell’Alto Adige e aveva la mia stessa idea.

PARTENZA DALLA POLONIA

Il 19 Marzo San Giuseppe, un Maggiore ci avvisò che si partiva per l’Italia. Vi fu una grande esultanza e vedemmo arrivare alla stazione di quel borgo sette tradotte con una macchina a vapore. Ci volle un giorno a radunarci tutti e giunse l’ordine di salire. Noi quattro compagni della 113°compagnia attendemmo a salire. Eravamo io Pace, Rabino e Lano, vedemmo che erano quasi saliti tutti e stavano abbastanza stretti in sei carrozze. Quella immediatamente dietro alla Macchina era vuota, e decidemmo di salire su quella. Felici di stare comodi su quel vagone vuoto io pensai di migliorare il giaciglio prendendo da un “Pagliaio” là vicino una bracciata d’erba, e anche se una donna mi urlò che stavo rubando feci finta di nulla e saltai sul vagone per preparami a partire. Giunse il Maggiore che controllava fosse tutto pronto e ci urlò di scendere poiché quello era il vagone che in caso di pericolo sarebbe stato sganciato con la Macchina! A malincuore cercammo un posto nei vagoni già stracolmi suscitando le ire degli altri soldati che si erano già sistemati.

La locomotiva si mosse quando verso le 19.00 fece notte. Verso l’una di notte sentimmo degli scrolloni dei respingenti e il convoglio di fermò. Era ormai buio profondo e così stipati non riuscivamo a comprendere cosa fosse successo. Fece giorno e si sentì una raffica di mitraglia provenire da una boscaglia vicina. Ci fu ordinato di scendere con i fucili alla mano. Ci dicemmo che non era ancora ora di viaggiare per l’Italia, ma intanto vedemmo che il vagone sul quale volevamo salire era ridotto ad una “fisarmonica”. Ringraziammo il Maggiore e la Madonna che ci avevano salvati e attendemmo nuovi ordini. Un Bersagliere in bicicletta si recò ad avvisare alla stazione successiva e venne una locomotiva procedendo all’indietro che agganciò il convogli e ci permise di arrivare al Brennero. Qui ci diedero divise nuove e dopo qualche giorno ripartimmo.

Il convoglio scaricò a Milano, a Bologna e anche in stazioni più piccole, finchè arrivammo a Torino, della nostra zona eravamo ancora sette: Basso, Caprioglio, Dalmazzo,Campana, Negro Pace ed io. Ci salutammo e ci augurammo buona fortuna. Attesi il treno per Asti e verso le sedici partii, a castagnole cambiai treno e arrivai a Santo Stefano dove presi la Corriera per Cossano. L’autista, che mi riconobbe, mi abbracciò piangendo e mi condusse fino a duecento metri dalla fermata di Entracine dove gli chiesi di fermare poiché all’Osteria  vi era troppa gente e preferivo salire a casa. Imboccai il sentiero e andai verso casa. Arrivai in vista di casa e mi inginocchiai piangendo. Avevo sempre detto che se fossi riuscito ad arrivare in Casalesio(la nostra cascina) avrei baciato la terra. Vi erano due entrate per il cortile di casa, scelsi quella che dava sul forno dove mio padre controllava il pane che stava cuocendo. Papà non mi vide e mia sorella che era intenta ad accudire le bestie, sentì che parlavo con mio fratello nella cantina. Avvisò mio padre che corse ad abbracciarmi piangendo e non mi lasciava più. Era fuori di sé e dimenticò persino il pane nel forno che rischiò di bruciare. Accorsero anche mia madre la zia e lo zio, fu un emozione grande che ci vide tutti abbracciati e piangenti. Il manovale che viveva con la nostra famiglia era del 1897 ed era Reduce della Guerra del 15/18 anche lui mi abbracciò e mi disse: <so cosa hai visto, la tua esperienza è stata terribile quanto la mia!>

 ANDAI CON I PARTIGIANI

CHIARLE FEDERICO MARIO COSSANO BELBO 07/10/1920

CONTADINO

SOLDATO ART. 2° Rgt. 113° Compagnia Borgo San Dalmazzo

Nome di Battaglia TIGRE

PATRIOTA 1°Div. LANGHE 2° Brg Bisalta dal 25 Marzo 1944 al 7 Giugno 1945

Una volta a casa mi aggregai ai Partigiani con la Squadra di “Moscon”, l’altra era quella di “Moretto”. Eravamo tra Roccaverano e San Giorgio Scarampi. Una notte sentimmo sparare a Canelli e scendemmo pronti ad intervenire, ma fu un attacco breve e così tornammo in alto. Rimasi con i partigiani da Settembre 1943 fino a maggio 45 quando tutto finì. Mi ricordo di John l’autista di Santo Stefano e di Moscon che era uno “ardì” e sempre pronto ad effettuare azioni con la dinamite. Mi pare che fu quello che fece saltare il ponte di Borgomale.