BOSIO GUIDO ROMAN TREISO 1919
ALPINO DELLA JULIA
È
passato tanto tempo, da quando fui chiamato alle armi come soldato di
leva negli Alpini, ma son ricordi terribili che ho ben chiari nella mente. Fui
inviato a Chiappera, ma la guerra con la Francia durò poco, quindi fui inviato
in Grecia dove, ferito, stetti due mesi in Ospedale. L’ispettore che venne a
valutare i feriti mi ritenne idoneo a combattere e così andai nuovamente al
fronte. Preso prigioniero dai Greci fui internato per dieci mesi in un campo
all’isola di Creta. Ci liberarono i Tedeschi e ritornammo in Italia. Rimasi
poco a casa e subito andai in Albania, da lì attraverso la Germania mi
spedirono in U.R.S.S.. Per raggiungere Rossosch, sul fiume Don, camminammo dei
mesi. Da Agosto arrivammo che già nevicava. Noi avevamo i muli, invece i
tedeschi erano motorizzati e ci schernivano superandoci ma il nostro Generale
ci faceva coraggio! Era il Generale Emilio Battisti:
Sul
Don, con temperature a meno cinquanta gradi, tenemmo testa riuscendo anche a
prendere quattordici prigionieri, ma i Russi sfondarono il fronte della
Fanteria e dei tedeschi.
I Morti erano come Foglie!
A
quel punto ricevemmo l’ordine di arretrare di trenta chilometri. Io dissi al
mio Tenente “tutte balle, io sono già stato preso prigioniero una volta!” e
infatti furono paracadutati i militari e dovemmo combattere con la baionetta!
Si trattava di superare un ponte che era controllato dai Russi e ormai c’era
una grande confusione. Senza comando, io raggiunsi l’altra riva passando sotto
i proiettili, mi andò bene. Ebbi la fortuna di trovare una “Borla”(ammassamento
di grano) e decisi di crearmi un riparo togliendo un po’ di “cheuv”(covoni), mi
infilai e stremato mi addormentai: Fu la mia salvezza. Quando mi svegliai e
uscìi allo scoperto, la battaglia era finita, di tre Compagnie aveva resistito
solo la Tridentina. La Julia e la Cuneense erano state decimate i soldati
uccisi o presi prigionieri, pochi riuscirono a salvarsi. I “mort jero pei dèr
fojach”(I morti erano come fogliame!”) I miei compagni mi avevano chiamato ma
io dormivo e non li sentìi! Mi aggregai all’Artiglieria Alpina della Tridentina
e raggiunto un villaggio che stava bruciando mi riparai in un’isba(capanna
Russa) e recuperai un po’ di miele, del tabacco e una borraccia di liquore
all’anice. Per scaldarmi, mi tolsi gli scarponi, ma quando fu l’ora di
ripartire non riuscivo più ad infilarli, allora massaggiai i piedi con la neve
finchè “ro faje desgonfiè!(li feci sgonfiare!) mi infilai gli scarponi e pur
soffrendo non li tolsi più fino a Karkov dove salìi sul treno. Camminai
procedendo nella steppa con la neve e la “tormenta” e ogni venti chilometri
circa trovavamo un villaggio o abbandonato o con rischio di trovare partigiani.
Lungo il percorso incontrai uno di Treiso che era meccanico dell’Aviazione, era
Amilcare Perno padre di Michele.Anche lui riuscì a tornare a casa, ma quando ci trovavamo eravamo
stupiti di essere scampati a quel terribile inverno-inferno! Durante la marcia
sentìi uno che diceva di essere di Treiso, non avendolo riconosciuto poiché “jero
anti ne stat pietos!” (eravamo irriconoscibili!), Barba lunga “con doi dia èd
giassa!”( con due dita di Ghiaccio!), gli chiesi chi fosse e mi disse essere
Castellengo, era un mio vicino di casa. Gli dissi “bèn io sono Bosio”, ci
abbracciammo e procedemmo insieme senza più lasciarci. Ci facemmo coraggio e
superammo parecchie batoste. Una sera volevamo entrare in un’ isba ed eravamo
cinque alpini e noi due. Visto che cinque tedeschi non ci volevano fare entrare
sfondammo la porte e puntando il moschetto feci alzare loro le mani. Capirono
che eravamo decisi a tutto. D’altronde se non facevi così i tedeschi ti
lasciavano morire, se ti aggrappavi ai camion ti colpivano le mani con i
fucili!
Tu devi morire in Russia!
Abbiamo
vissuto e visto situazioni di una violenza a cui non si può credere,eppure ne
sono uscito e sono qui a raccontare. Ogni tanto mi torna alla mente la
maledizione che mi lanciò un capitano che mi odiava: “Tu devi morire in
Russia!”,ben, non so che fine ha fatto lui ma io me la sono cavata. Io e
Castellengo, con altri abbiamo camminato per mille chilometri, abbiamo aiutato
dei contadini russi a “ranché èr patate”(a raccogliere le patate) e in cambio
ci hanno sfamati, abbiamo fatto i muratori e abbiamo avuto miele.
Da Karkov viaggiammo ancora in treno per una settimana e ogni due persone ci diedero una pagnotta e una scatola di carne. Quando tornai mi raccontarono di quanto era successo qui tra tedeschi e fascisti e partigiani, venni a sapere delle atrocità eseguite e ne fui addolorato. Ricordo che ritornai ad Agosto e il giorno 15 mi invitarono a Treiso, avevano messo il ballo a palchetto e si ballava, però quando mi raccontarono che tre dei Fratelli Ambrogio erano stati trucidati, perché traditi da una spia che fece seguire il fratellino più giovane venuto a portare qualche mela ai fratelli, presi la strada di casa e mi ritirai a piangere. Ne ho passate tante e nella mia lunga vita ho avuto modo di vivere tante soddisfazioni: la famiglia, il lavoro, anche “ranché tante trifore” (trovare tanti tartufi) ma le atrocità della guerra non ho potuto dimenticarle.
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