Partii
per la Russia da Savigliano, arruolato nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina
113a Compagnia Borgo San Dalmazzo, il 29 giugno del 1941 alle 13- 13,30.
Impiegammo sei notti e sette giorni di treno, passammo a Vienna, poi in
Jugoslavia,Ungheria, Romania e giungemmo in Ucraina percorrendo 2700 chilometri.
Rimanemmo accampati una ventina di giorni sotto le tende, poi ci trasferirono,
a piedi a Dnipropetrovs’k( la città di
Petrovska sul fiume Dnipro) in casermette diroccate. Quando giunse l’inverno il
termometro segnò 43 gradi sottozero. Nei villaggi vi erano solo donne e
anziani, i giovani erano tutti a militare. Noi avevamo il compito di pattugliare e vedemmo i
carri armati russi che attraversavano il fiume Don ghiacciato senza che si
rompesse. I vecchi dicevano che il ghiaccio del fiume aveva uno spessore di un
metro. Il freddo era insopportabile, venivano accesi dei fuochi per scaldarsi e
per sciogliere un po’ di neve pressata dentro il gavettino, si ottenevano così
due dita di acqua da bere. Bisognava sempre procedere a testa bassa nella
tormenta poiché la neve scendeva copiosa e trasversale ghiacciando negli occhi
e nella barba. Occorreva staccare i ghiaccioli dalla barba e dai baffi. I militari
italiani pativano il freddo poiché non erano equipaggiati. I russi avevano
giacche e pantaloni imbottiti, stivali di cuoio isolati con il sughero e
gambali anti acqua. I loro copricapo lasciavano liberi solo gli occhi e
proteggevano anche il collo.
Patimmo
il grande freddo e la fame. Veniva distribuita una volta al giorno un po’ di
pasta mezza cruda e scondita.
Anche per
noi che pure eravamo distanti dal fiume Don, e in fondo alla “sacca”, fu
terribile quando dovemmo ritirarci per uscire dal “ferro di cavallo) che i
Russi avevano organizzato. Crearono un ferro di cavallo di uomini e mezzi che si chiuse sempre più fino a imprigionare
e ad annientare le Divisioni italiane tedesche ungheresi e rumene. Queste
furono annientate!
Era il 2 febbraio 1943 e i cucinieri avevano
preparato un fuoco per cuocere un po’ di pasta. Stavamo tutti attendendo lo
scarso rancio quando arrivò un Maggiore di Milano che ordinò di avviarci poiché
vi erano i russi a venti kilometri che stavano serrando con una manovra che ci
avrebbe chiusi. Si partì in grande fretta lasciando la marmitta da campo sul fuoco.
Fortunatamente intraprendemmo la direzione giusta e procedendo attraverso
l’Ucraina, qualche giorno prima del 19 Marzo San Giuseppe raggiungemmo la Polonia . Rimanemmo in questi campi di
raccolta fino al 27 Marzo.
LA PAROLA
GUERRA BISOGNA “APPROFONDIRLA”
Si fa
presto a dire la parola Guerra, è come dire “Pane”, ma occorre approfondirla,
spiegarla meglio. Io ci vissi dentro, per ventitre mesi fu sempre”guerra”. I
russi nelle notti, ci lanciavano degli involucri spinosi che illuminavano come
fosse giorno e potevi vedere anche le lucertole. Dopo queste lampade arrivavano
i caccia a bombardare. Una notte durante un bombardamento ci nascondemmo in uno
scantinato(in Crotinon).Rimanemmo stipati(tuti riss)accucciati per tutta la
notte. Sentimmo cadere le bombe tutt’attorno ma sopra di noi non cadde nulla.
Al mattino uscimmo e ci trovammo di fronte un paesaggio apocalittico: pali
della luce che bruciavano, muri e case
crollate con dei fuochi. In quello scenario apparve un tedesco che mi
chiamò:< Kamarade! > Io gli chiesi cosa volesse e mi fece segno di andare
da lui . Quando fummo di fronte, in perfetto italiano mi disse:<Bisognerebbe
prendere Mussolini e Hitler farne un fascio e dopo averci versato sopra della
benzina appiccare il fuoco!> Capii che era dell’Alto Adige e aveva la mia
stessa idea.
PARTENZA
DALLA POLONIA
Il 19
Marzo San Giuseppe, un Maggiore ci avvisò che si partiva per l’Italia. Vi fu una
grande esultanza e vedemmo arrivare alla stazione di quel borgo sette tradotte
con una macchina a vapore. Ci volle un giorno a radunarci tutti e giunse
l’ordine di salire. Noi quattro compagni della 113°compagnia attendemmo a
salire. Eravamo io Pace, Rabino e Lano, vedemmo che erano quasi saliti tutti e
stavano abbastanza stretti in sei carrozze. Quella immediatamente dietro alla
Macchina era vuota, e decidemmo di salire su quella. Felici di stare comodi su
quel vagone vuoto io pensai di migliorare il giaciglio prendendo da un
“Pagliaio” là vicino una bracciata d’erba, e anche se una donna mi urlò che
stavo rubando feci finta di nulla e saltai sul vagone per preparami a partire.
Giunse il Maggiore che controllava fosse tutto pronto e ci urlò di scendere
poiché quello era il vagone che in caso di pericolo sarebbe stato sganciato con
la Macchina! A malincuore cercammo un posto nei vagoni già stracolmi suscitando
le ire degli altri soldati che si erano già sistemati.
La
locomotiva si mosse quando verso le 19.00 fece notte. Verso l’una di notte
sentimmo degli scrolloni dei respingenti e il convoglio di fermò. Era ormai
buio profondo e così stipati non riuscivamo a comprendere cosa fosse successo.
Fece giorno e si sentì una raffica di mitraglia provenire da una boscaglia
vicina. Ci fu ordinato di scendere con i fucili alla mano. Ci dicemmo che non
era ancora ora di viaggiare per l’Italia, ma intanto vedemmo che il vagone sul
quale volevamo salire era ridotto ad una “fisarmonica”. Ringraziammo il
Maggiore e la Madonna che ci avevano salvati e attendemmo nuovi ordini. Un
Bersagliere in bicicletta si recò ad avvisare alla stazione successiva e venne
una locomotiva procedendo all’indietro che agganciò il convogli e ci permise di
arrivare al Brennero. Qui ci diedero divise nuove e dopo qualche giorno ripartimmo.
Il
convoglio scaricò a Milano, a Bologna e anche in stazioni più piccole, finchè
arrivammo a Torino, della nostra zona eravamo ancora sette: Basso, Caprioglio,
Dalmazzo,Campana, Negro Pace ed io. Ci salutammo e ci augurammo buona fortuna.
Attesi il treno per Asti e verso le sedici partii, a castagnole cambiai treno e
arrivai a Santo Stefano dove presi la Corriera per Cossano. L’autista, che mi
riconobbe, mi abbracciò piangendo e mi condusse fino a duecento metri dalla
fermata di Entracine dove gli chiesi di fermare poiché all’Osteria vi era troppa gente e preferivo salire a
casa. Imboccai il sentiero e andai verso casa. Arrivai in vista di casa e mi
inginocchiai piangendo. Avevo sempre detto che se fossi riuscito ad arrivare in
Casalesio(la nostra cascina) avrei baciato la terra. Vi erano due entrate per
il cortile di casa, scelsi quella che dava sul forno dove mio padre controllava
il pane che stava cuocendo. Papà non mi vide e mia sorella che era intenta ad
accudire le bestie, sentì che parlavo con mio fratello nella cantina. Avvisò
mio padre che corse ad abbracciarmi piangendo e non mi lasciava più. Era fuori
di sé e dimenticò persino il pane nel forno che rischiò di bruciare. Accorsero
anche mia madre la zia e lo zio, fu un emozione grande che ci vide tutti
abbracciati e piangenti. Il manovale che viveva con la nostra famiglia era del
1897 ed era Reduce della Guerra del 15/18 anche lui mi abbracciò e mi disse:
<so cosa hai visto, la tua esperienza è stata terribile quanto la mia!>
CHIARLE
FEDERICO MARIO COSSANO BELBO 07/10/1920
CONTADINO
SOLDATO
ART. 2° Rgt. 113° Compagnia Borgo San Dalmazzo
Nome di
Battaglia TIGRE
PATRIOTA
1°Div. LANGHE 2° Brg Bisalta dal 25 Marzo 1944 al 7 Giugno 1945
Una volta
a casa mi aggregai ai Partigiani con la Squadra di “Moscon”, l’altra era quella
di “Moretto”. Eravamo tra Roccaverano e San Giorgio Scarampi. Una notte sentimmo
sparare a Canelli e scendemmo pronti ad intervenire, ma fu un attacco breve e
così tornammo in alto. Rimasi con i partigiani da Settembre 1943 fino a maggio
45 quando tutto finì. Mi ricordo di John l’autista di Santo Stefano e di Moscon
che era uno “ardì” e sempre pronto ad effettuare azioni con la dinamite. Mi
pare che fu quello che fece saltare il ponte di Borgomale.
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